L’altro giorno ho raccolto questa scena.
Mi trovavo bloccato da diversi minuti sulla A22 a causa di un incidente.
Nell’attesa che la situazione si risolvesse, una tizia ha lasciato la propria auto e ha improvvisato una sessione di stretching nella corsia di emergenza.
Insieme a lei, il marito, che dopo essersi scattato una foto utilizzando il guardrail come cavalletto, si è dedicato a riprenderla e immortalarla in varie pose.
Nelle pause tra una posa e l’altra, la tizia sfilava avanti e indietro, facendo ampi movimenti con le braccia e, soprattutto, guardandosi ossessivamente intorno.
Era evidente che, nella sua testa, risiedesse la convinzione che tutti ne stessimo ammirando l’elasticità e invidiando la capacità di trasformare un imprevisto in un’opportunità per prendersi cura di sé. O meglio, per dimostrare di esserne capace, perché nei suoi continui sguardi di autocompiacimento, nella teatralità delle sue movenze e nel servizio fotografico del marito, io c’ho visto più una performance che un atto di resilienza.
C’ho visto del voler esser visti.
C’ho visto una scena, appunto.
E per tutto il tempo in cui questa tizia è andata avanti con la sua dimostrazione di elasticità psicofisica, io purtroppo non ho mai provato né ammirazione né invidia nei suoi confronti, ma solo un significativo senso di imbarazzo.
Un po’ perché ero nervoso a causa del blocco del traffico, un po’ perché come cazzo ti viene in mente di metterti a fare stretching sull’asfalto nella corsia d’emergenza di un’autostrada, ma soprattutto perché poco prima ci aveva sorvolati un elicottero dei soccorsi, che poi era atterrato là davanti, oltre la folla di macchine ferme, e, si sa, non è mai un buon segno.