Gli comparve a fianco con un calice di vino bianco in mano, approfittando di un momento in cui lui non aveva nessuno intorno o era impegnato in una delle numerose attività della giornata. «Allora, come sta andando?»
«Tutto bene», rispose lui. Appoggiò sul bordo del tavolo del buffet il piatto che aveva appena cominciato a riempire. «Cosa dici?»
«Il cibo è ottimo.»
«Mi fa piacere. È importante.»
«E tu, come ti senti?»
Lui distolse lo sguardo per andare a cercare la risposta tra le colline che facevano da sfondo alla postazione della band. La trovò vicino a un casolare circondato da vigneti. «Un po’ stanco.»
«È un giorno pieno di cose.»
«È importante.»
Rimasero davanti al buffet a scambiarsi qualche altra frase sugli invitati, sulla clemenza del meteo e sulla gentilezza dei proprietari del posto, fino a quando il cantante della band invitò tutti a radunarsi di fronte al palco.
«Devo andare», disse lui.
«Posso farti una domanda?» lo trattenne lei.
La frase le uscì di getto, come se avesse deciso di pronunciarsi da sola, prendendole in prestito il corpo per manifestarsi. Ci fu qualche secondo di vuoto, in cui entrambi rimasero in attesa di sentire cosa sarebbe arrivato dopo. «Perché non me l’hai mai detto?» chiese. Poi buttò gli occhi a terra.
Lui scrollò le spalle. «Credevo che la verità venisse a galla.»
A lei venne un po’ da ridere. «Ah», fece annuendo, «giusto.»
«E invece quella stronza affonda, se non la trascini su.»
Il cantante della band rinnovò l’invito a raggiungere il palco.
«Ora devo andare, scusa.»
Stavolta fu lei a dirigere lo sguardo sulle colline circostanti, alla ricerca di qualcosa che la aiutasse a non aggiungere altro. Trovò una pala eolica in funzione.
«Grazie per essere venuta.»
«Grazie a te per avermi invitata.»
Lui raggiunse gli invitati davanti al palco.
Il batterista scandì un one-two-three facendo scontrare tra loro le bacchette.
Chitarra e basso attaccarono.
Il cantante invitò tutti a tenere il tempo con le mani.
Lei rimase a guardare le pale rincorrersi senza raggiungersi mai.