Scendo. Sbatto lo sportello. Cammino. La sua macchina dietro di me parte e scompare. È tutto buio. Non conosco questa parte della città, non ci sono mai stato. Non conosco nemmeno questa parte di me. Cammino verso l’unica luce che vedo, quella arancione di un lampione vicino ad una pista ciclabile. Dicono che quando muori ti scorrano davanti tutte le immagini della tua vita. Io dico allora dico che siamo morti, perché mi stanno passando sopra, più che davanti, tutte le immagini di quello che siamo stati. Il lampione si spegne. Non vedo nulla, non sento nulla. Mi blocco. Faccio qualche passo indietro, sbatto contro qualcosa di gelido con la schiena. Mi volto. Non c’è niente, a parte un’insegna accesa in lontananza che prima non c’era. Non capisco quanto sia distante da me, non ho punti di riferimento. Cammino, mi muovo verso non so dove. Siamo morti, ne sono sicuro. Sento le nostre discussioni su che canzone mettere, ci vedo allontanarci dalle persone, quella sera alla festa di compleanno di una tipa mai vista prima, con la musica troppo alta, il pavimento appiccicoso, gli alcolici sparsi, tu appoggiata alla colonna nera, con un bicchiere vuoto in mano e una faccia stanca che ti stava benissimo addosso. Siamo ovunque. Quando qualcosa come noi muore non scompare come la tua macchina dietro di me. Lascia una scia così grande da farti credere che non sia ancora finito niente. Non sparisce, rimane sospeso a mezz’aria, ti gira intorno, ti fa sprofondare sotto terra, ti seppellisce. L’insegna si spegne. È tutto nero. Mi giro, mi guardo alle spalle. La strada dove avevi parcheggiato non esiste più, non la vedo più. Tiro fuori il cellulare dalla tasca per vedere dove mi trovo, schermo spento, è scarico. Siamo morti perché qua non c’è niente di già visto, niente di familiare, niente che non mi faccia sentire atrocemente abbandonato all’assenza di ogni cosa. Ci vedo parlare di quanto sia stupido il modo in cui ci siamo conosciuti. Io che non ti avevo mai notato nonostante ti avessi di fianco da anni, tu che non mi avevi mai chiesto nulla perché ti sembravo uno a cui non c’è nulla da chiedere. Poi un giorno abbiamo deciso, senza neanche saperlo, che era arrivato il momento di incrociarsi. Lo abbiamo deciso noi. Io volevo tornare a casa prima per il freddo, tu volevi tornare a casa prima per? Non l’ho mai saputo, non te l’ho mai chiesto. Quel tragitto insieme, di notte, a piedi, in mezzo alla strada, con quel furgone bianco che rischia di metterci sotto, quel tizio ubriaco che ci chiede una sigaretta per poi svenirci davanti, quel vecchio in canottiera che parla con il cane, quella casa coi balconi che ci guardano, quel lampione sulla pista ciclabile, quell’insegna illuminata, è stata tutta roba nostra. Tutta roba da cui siamo nati. Una sfera di luce rossa accecante mi si accende davanti. Si sposta, ondeggia, disegna l’aria, mi circonda. La guardo senza sapere. Non ho paura. Provo ad avvicinarmi, mi evita, si spegne, scompare, vengo spinto alle spalle e piombo giù. Una scarpa mi preme la fronte contro l’asfalto ruvido. Siamo morti di sicuro perché fa un gran male. Non riesco a liberarmi, non riesco ad urlare, non riesco a muovermi. Sono paralizzato. Mi arriva un calcio secco sullo stomaco, tossisco, sputo, mi contorco, mi dimeno. Mi prendono per le braccia, mi alzano di forza, mi mettono in piedi, mi voltano tenendomi la tempia. La tua macchina davanti a me parte e scompare.