NON SORRIDERE SEMPRE

“Una giorno senza sorriso è un giorno perso” dicono in giro. Poi dicono anche “sorridi alla vita e la vita ti sorriderà”. Frasi come queste, entrate a far solidamente parte di quel “dato per scontato” che abbiamo mentalmente assorbito e che agiamo a livello pratico nel nostro vivere quotidiano, sono responsabili di gravi danni nei confronti della nostra sincerità. Ci siamo convinti che sorridere sempre sia la cosa migliore da fare, in qualsiasi momento, in qualsiasi situazione, a prescindere. Ci viene continuamente ripetuto e riproposto l’imperativo del sorriso perenne. Sorridi sempre. Sorridi sempre perché se non sorridi sempre stai sbagliando qualcosa e te ne pentirai. Sorridi sempre perché quando sorridi influenzi la realtà che ti circonda e automaticamente fai andare tutto meglio. Sorridi sempre, anche quando tutto va storto. Ci siamo abituati a considerare il sorriso come una sorta di legge suprema dell’esistenza, come la colonna portante della dei nostri rapporti, delle nostre esperienze, della nostra vita. Ci siamo abituati a credere profondamente all’imperativo del sorriso perenne, come succede con tutte quelle cose che ci vengono ripetute in continuazione e che quasi mai vengono messe in discussione. Forse non ce ne rendiamo neanche conto di quanto certi concetti, certe frasi fatte, certi modi di dire, influenzino la nostra rappresentazione concettuale della realtà e il nostro parallelo muoverci dentro di essa. Forse non ci rendiamo conto di quanti pericoli pratici si nascondano nell’assodato, in quell’insieme di modelli interpretativi dati che utilizziamo per orientarci nel mondo e per attribuire significato a quello che succede. L’imperativo del sorriso perenne è una di quelle cose che fatichiamo a mettere in dubbio. Ma spesso è proprio laddove si fa fatica a mettere in dubbio, laddove non viene nemmeno il dubbio di poter mettere in dubbio, che bisogna fare il più accurato esercizio critico. Sorridere sempre è una grandissima stronzata. Credere al dovere di sorridere sempre è probabilmente il modo miglior per smettere di sorridere in modo sincero. Perché credere all’imperativo del sorriso perenne vuol dire sforzarsi di sorridere anche quando non esiste nessun motivo per farlo, anche quando tutto va male, anche quando vorresti mandare affanculo ogni singola cosa intorno a te. Oggi, in una società ossessionata dalla ricerca della felicità, dallo star bene assoluto, sorridere è un obbligo, una regola da rispettare, una necessaria condizione per tenere alla larga il male. Perché in fondo è questo quello che si vuole ottenere, ancora una volta, evitare il male. Educare le persone all’imperativo del sorriso perenne è chiedere tacitamente di non stare mai male. E quando inevitabilmente succede, fare finta che non sia così. Tieniti lontano dai tuoi sentimenti negativi, non fermarti, vai avanti, sorridi sempre. Sorridi sempre, soprattuto quando sei distrutto. Sorridi fuori per sistemarti dentro. L’imperativo del sorriso perenne è un modo per chiederci di risolvere esternamente un disordine interno, che è un po’ come chiedere di colmare un vuoto interiore riempiendo di oggetti una stanza. L’imperativo del sorriso perenne ci fa un sacco male, perché ci porta sulla strada dissestata del senso di colpa ogni volta che non riusciamo a sorridere, ogni volta che non abbiamo la forza di farlo, ogni volta che fingere diventa impossibile. È facile sentirsi sbagliati oggi. È facile sentirsi sconfitti. È facile sentirsi tagliati fuori. È facile stare male in una realtà che ci chiede con insistenza di stare sempre bene, dare sempre il massimo, essere sempre forti, essere sempre pronti, sorridere qualsiasi cosa accada perché è soltanto quando sorridi che la corrente smette di esserti contraria ed inizia ad accompagnarti. È facile sentirsi fuori posto nei momenti in cui non c’è nulla per cui sorridere, mentre ci rimbomba violentemente nel cranio l’importanza di farlo sempre, il dovere di farlo sempre, il bisogno di farlo sempre. È un meccanismo sbagliato quello che si attiva con l’imperativo del sorriso perenne. È un meccanismo che ci chiede di essere felici, allontanandoci dalla sincerità verso noi stessi. Sì perché, quando ti accorgi di non sorridere ma sai di doverlo fare, alla fine lo fai lo stesso. Alla fine ti stanchi di sentirti debole e ti vesti da forte. Ti vesti bene per coprirti dal male. È questo il grave danno che tutte quelle stronzate sull’importanza di sorridere a tutti i costi ci hanno fatto. Ci hanno allontanato dalla sincerità. Preferiamo fingerci sorridenti piuttosto che accettare la debolezza, ammetterla, analizzarla, viverla. Preferiamo chiuderci in frasi motivazionali ad effetto  sulla felicità piuttosto che aprirci alla nostra normalissima negatività. Il punto è questo. Siamo tutti, nessuno escluso, quotidianamente esposti alla negatività. Chi più, chi meno, non si scappa. Sorridere sempre è un’innaturale forzatura dell’assetto emozionale umano. Perché per quanto possa risultare difficile da accettare, siamo un equilibrio precario, un’ oscillazione incessante, un alternarsi incontrastabile di alti e di bassi. Non è vero che bisogna sorridere sempre. Non è vero che bisogna sforzarsi di guardare sempre il bicchiere mezzo pieno. Il bicchiere è anche mezzo vuoto. E più che fingere il contrario, bisognerebbe accettare questo dualismo. Quel bicchiere siamo noi. Mezzi pieni e mezzi vuoti, mezzi sorridenti e mezzi tristi, mezzi intatti e mezzi rotti. Siamo instabilità pura. E più che sforzarsi di avere sempre il sorriso stampato sulla faccia bisognerebbe sforzarsi di non farlo. Il problema è che proviamo a stare bene fingendo che il male non esista. Dovremmo trattare con normalità anche gli aspetti più bui dell’esistenza, perché siamo anche quella roba lì. Perché non siamo soltanto mezzi pieni, siamo anche mezzi vuoti. E al di là di quanto si creda, si ripeta e si nasconda, è giusto così.