LA DIREZIONE DEI MIEI OCCHI

Stammi lontano. Continuo ad augurarmelo, mentre spero nel contrario. Stammi lontano. Adesso è uno di quei momenti in cui cerco di evitare quello contro cui vorrei schiantarmi. Adesso non posso averti addosso. Adesso è uno di quegli attimi in cui incrocio le braccia serrandole sul petto, scuoto la testa verso di me, sospiro per rimproverarmi, allargo le gambe per stabilizzarmi e inchiodo le scarpe al pavimento. Adesso è una di quelle situazioni in cui non vorrei essere, ma quando ci cado dentro, quando non posso fare altro che esserci, vorrei non andarmene più. Rompo l’incastro delle braccia, le abbasso, metto le mani in tasca lasciando fuori soltanto il pollice, che uso per spingere i jeans verso il basso e sentirmi ancora più saldo a terra, più salvo. Ho bisogno di ancorarmi, di stare fermo esattamente dove sono, di mettermi al sicuro. Adesso è una di quelle volte in cui la mia testa manda i miei occhi alla ricerca di quello che non dovrei cercare. Appena mi distraggo, appena abbasso la guardia, appena mi volto, i pensieri mi aggirano, mi scavalcano, e divento inesorabilmente quello che sento. Mi perdo nelle voci confuse, nella musica sfumata, nel bicchiere di vino rosso che ho in mano, poi mi ritrovo, mi riprendo, torno da me, e mi sorprendo a cercarla. Mi colgo in flagrante, proprio mentre succede, senza esserci consapevolmente arrivato. Sto cercando di non cercarla. Perdo l’equilibrio per qualche secondo e frantumo la mia integrità, rompo la mia compostezza, spalanco la porta all’istinto che mi trascina dalla terra ferma al mare mosso. E mi sorprendo a navigare tra la folla, in balia di una corrente subdola che cerca di tradirmi trascinandomi verso di lei, alla quale fatico ad oppormi, che se potessi dirigere il vento per le mie vele, mai gli direi di spingermi da quella parte. Mi farei portare ovunque, ma non da quella parte. Va bene un qualsiasi posto, va bene un qualsiasi porto, va bene un qualsiasi bar malfamato del centro, va bene una qualsiasi strada piena di cassonetti, va bene una qualsiasi casa con un tavolo su cui premere forte la fronte. Adesso è un desiderio che contrasta con la ragione, un’intuizione che si prende gioco di un’intenzione, una favola percuote la realtà. Scuoto la testa per dirmi di no, per ribadirmelo, come ormai sto facendo da quando sono arrivato qui. Come ormai sto facendo da quando mi è comparsa di fianco, lasciando una scia che più che una scia è una serie di parentesi che sento di voler aprire. Guardo la punta delle mie Adidas nere ancora attaccate al pavimento appiccicoso, per ricordarmi della mia stabilità, per concentrarmi sulla mia posizione impostata, rigida, netta, per dirottarmi gli occhi verso una parte concreta di me, per non far caso a quello che mi succede. Faccio finta di nulla, sono a bravo a non destare sospetti. Sono bravo a sviare, ad evitare che le mie sensazioni traspaiano, che il torrente sotterraneo delle idee straripi in una tormenta di gesti facilmente interpretabili. Sono bravo a rimanere asciutto mentre mi attraversa il diluvio, piatto come un lago mentre mi allago. L’acqua non passa, non attraversa la pelle, non si vede, resta dove voglio che stia. So come rimanere intatto mentre assorbo l’impatto di certi stimoli. È sempre stata un’arma a doppio taglio, una forza e una forzatura. Perché quasi sempre la capacità di restare superficialmente composti si traduce in un complicato rapporto con la propria emotività. Ma questo è uno di quei momenti dove ringrazio di sapermi tenere in ordine quando me lo ordino. C’è però una cosa che mi frega. C’è un riflesso automatico che risponde direttamente all’istinto, che se ne fotte totalmente di quello che mi ordino di fare, che agisce al di sopra me. Se qualcuno da fuori mi vedesse adesso, mi vedrebbe paralizzato come una colonna piantata nel cemento armato. Ma se qualcuno da fuori mi vedesse meglio, se mi vedesse per più di quei pochi secondi che ci si dedica nell’incrociarsi tra la folla, vedrebbe un pietoso e tormentato desiderio di vedere, vedrebbe due punti muoversi sulla mia faccia, da una parte all’altra, da un lato all’altro, senza tregua. Se qualcuno da fuori mi vedesse meglio adesso, più da vicino, e seguisse i miei occhi, capirebbe che sono gli occhi di chi cerca qualcuno di preciso dentro una folla imprecisata. E se lei mi passasse di fianco, o mi si fermasse di fronte, e per sbaglio mi guardasse, adesso, mi vedrebbe cercare un orizzonte, un dettaglio su cui impormi l’attenzione, una borsa appoggiata su un cestino, una sigaretta che si accende sulle labbra, una scarpa slacciata. E capirebbe subito che nel mio tentativo di fuga c’è in realtà tutto il mio desiderio di restare a guardarla.
E capirebbe subito di essere la direzione dei miei occhi.