INVIA

Cancello e riscrivo. La barra verticale che lampeggia torna da dove sono partito. Avvicino piano il pollice della mano destra alla tastiera e lo tiro indietro di scatto. Mi tiro indietro. Leggo il suo nome in alto, sempre accompagnato dalla stessa foto, esco, entro. Mi strappo il cellulare dalle mani e me lo riprendo subito. Forse dovrei smettere di controllare quello che mi succede sotto gli occhi. Dovrei lasciare che le cose escano come implorano di uscire. Cancello perché è come se non volessi vedere quello che so. Sarebbe bello potersi mentire come si sceglie di mentire agli altri, raccontarsi quel che non è finendo per crederci. Sarebbe comodo poter prendere per il culo sé stessi senza saperlo. Mi fermo a rileggere quello che ho appena scritto e voglio vederlo scomparire. Non lo voglio vedere perché non lo voglio accettare. Non lo voglio vedere perché voglio raccontarmi una storia alternativa. È come se fossi spaccato in due parti. Una parte che urla e l’altra che le preme la mano sulla bocca per zittirla, sperando soffochi. È una guerra tra quello che ha bisogno di sgorgare fuori e il dovere di tamponarlo dentro. È una rissa tra facile e giusto dove sto in mezzo e le prendo. Sarebbe facile spalancare tutto. Lasciare che le parole si schierino, che le frasi si assemblino, che i concetti prendano vita automaticamente dentro il riquadro bianco dello schermo, dove quella barra verticale continua a lampeggiare scandendo i secondi che passano. Sto facendo avanti e indietro per la stanza da più di mezz’ora ormai. Avanti, riscrivo. Indietro, cancello. Sono intrappolato nella mia incapacità di liberarmi. Sarebbe facile lasciare andare tutto fuori. Ma non sarebbe giusto. Sarebbe giusto che me ne andassi altrove invece, abbandonandoti qui. Dovrei andarmene via da me per andarmene via da te. Dovrei restare per qualche settimana da solo senza vedermi né sentirmi. Farmi un giro lontano da me, per scordarmi quello che ho bisogno di dire. Ma sono costretto a restare sempre con me, dentro di me, anche adesso, mentre premo contro una porta dietro alla quale pressa tutto il bisogno di esplodere in quello che so ma non devo dirle, quello che so ma non sopporto di vedere, quello che so ma continuo a cancellare. Cancello e riscrivo. Rileggo tutto. Il tasto invia sembra diventare ogni volta più grande, mi afferra il dito e lo tira verso di sé. Resisto a fatica. Premere quel tasto significa sgombrarsi, ma significa anche arrendersi. Devo arrendermi? Devo lasciare che l’impulso prevalga sulla ragione? Devo premere quel tasto, uscire, andare nel posto più vuoto che c’è ad aspettare una risposta che mi riempia, nel bene o nel male? Forse dovrei soltanto premere invia e andarmene via. Riscrivere tutto un’ultima volta, premere invia senza nemmeno rileggere e poi pentirmene. Godermi il pentimento, quella sensazione di caos diffuso, di niente intorno che si espande fino ad inglobarti, a darti la scossa, a riportati in vita. Godermi l’errore. L’errore di scegliere il facile al posto del giusto. Io sono le cose che sento. Io sono gli errori che creo. Forse non c’è niente di sbagliato a priori quando si parla di cose che senti. Ci sono soltanto le conseguenze che innescano quando scegli di farle uscire. La verità è che potrei stare qui ore ad affrontarmi, sempre con la stessa certezza che presto sarò sfinito e dovrò darmela vinta. Sempre con la stessa certezza che, per quanto tu possa provare ad arginare quello che senti perché credi sia giusto farlo, sei irrimediabilmente fottuto. Le mani ballano, ballo con loro, riscrivo tutto senza dare il tempo alla barra verticale di fermarsi a lampeggiare. Invia. Vado via.