Ho già letto cinque volte la stessa frase. Non riesco a concentrarmi, non riesco a continuare. Alzo la testa e mi guardo intorno di continuo cercando conforto nello sconforto degli altri. Un tipo nel tavolo vicino al mio ha la fronte sbattuta sul bordo del tavolo e le mani incastrate nei capelli da ormai venti minuti. Non dà segni di vita, a parte quando solleva quanto basta il collo e si guarda intorno come faccio io, per assicurarsi di non essere rimasto isolato nella disperazione. È per questo che quando siamo alle strette guardiamo gli altri. Non cerchiamo aiuto, vogliamo soltanto assistere dall’esterno alla nostra stessa crisi. Due tipe bisbigliano e sarebbe quasi meglio parlassero ad alta voce. Certe volte più tenti di non risultare fastidioso più risulti fastidioso. Certe volte cercando di fare una cosa giusta finisci per fare la cosa sbagliata. E più cerchi di passare inosservato più ti fai notare. Effetto contrario. Bisogna stare attenti agli effetti contrari. Gli effetti contrari s’innescano in continuazione, soprattutto nei momenti più banali delle nostre giornate. Come quando per paura di essere scoperto neghi insistentemente, rendendo palese proprio quello che cerchi di nascondere. A farci caso, ogni parola, ogni gesto, ha sempre un doppio livello di interpretazione. Quello che sembra significare e quello che effettivamente significa. Vedere gli effetti contrari è una cosa strana. Perché quando li vedi ti accorgi di quanto siamo contorti, di quanto agiamo in maniera tutt’altro che sincera, tutt’altro che intuitiva. Spesso siamo costruiti senza nemmeno averne piena consapevolezza. Attacchiamo per difenderci, neghiamo per affermare, scappiamo per fermarci. E mentre lo facciamo speriamo che nessuno se ne accorga, dimenticandoci ingenuamente che con gli altri non condividiamo soltanto le crisi, ma anche i modi per affrontarle. Ma non è questo il punto. il punto è che ‘ste due tipe bisbigliano e il sibilare delle loro voci s’infiltra nel mio cervello. Non riesco a concentrarmi, ma non è giusto scaricare tutta la responsabilità della mia disattenzione su di loro. E non è nemmeno giusto continuare a guardarsi intorno alla ricerca della mia stessa condizione nelle altre persone, nutrendo l’autocommiserazione. Intanto il tipo con la fronte sul tavolo e le mani incastrate nei capelli ha cominciato ad agitarsi. Ora scandisce un tempo immaginario con la mano destra sul bordo della sedia. Il bisbigliare delle due tipe si mescola ai colpi silenziosi ma invadenti, creando un cocktail letale per la mia soglia di sopportazione. Mi spingo indietro premendo sullo schienale, provoco rumore, mi alzo, mi riempio a caso le tasche con tutte le cose che ho appoggiato sul tavolo ed esco. “Mi fai un caffè per favore” dico al tipo del bar mentre mi appoggio di prepotenza con i gomiti sul bancone. Bevo il caffè praticamente alla goccia, tanto è uno di quei caffè che ti vengono serviti tiepidi, pago ed esco. Le due tipe che bisbigliano hanno smesso di bisbigliare e il tizio nel tavolo di fianco al mio è scomparso. Ora non ho più scuse, oltre a non avere più tempo. Svuoto le tasche e tiro fuori il libro dallo zaino appoggiato sulla sedia di fronte a me, occupata di proposito per evitare che qualcuno ci si sieda. Lo faccio sempre. Spero sempre che nessuno venga a chiedermi “Scusa, è libero? Posso sedermi?” perché ci rimango male. La risposta che vorrei dare è “Sì, è libero, ma no, non puoi”, molto diversa da quella che effettivamente do. Di solito tolgo velocemente lo zaino, accompagnando il gesto con un affannato “Sì vai pure” e poi torno a fare quello che devo fare. Quello che adesso non sto facendo. Torno alla frase di prima, la leggo per la sesta volta e sembra essere la volta buona. Ha senso, torna. Non suona più come un insieme di parole affiancate in maniera totalmente illogica. Posso continuare. Tolgo il tappo dall’evidenziatore giallo, avvicino di più il libro a me, allontano le cuffie del cellulare rimaste sul tavolo. Inizio per davvero. L’inizio è il momento chiave in ogni situazione. Dipende tutto da come inizi. “Scusa, è libero? Posso sedermi?” blocco lo sguardo sulla parola che sto leggendo, sollevo di scatto il collo, socchiudo gli occhi per aggirare il controluce della finestra. Il suo sguardo mi attraversa il cranio, mi stermina in ogni mio singolo spazio di vita in meno di mezzo di secondo, il battito cardiaco accelera, il cuore sbatte contro la cassa toracica suonando la morte, lo stomaco mi si conficca dentro la gola, il sangue gela sotto la carne, il pavimento si sradica dalle scarpe, il soffitto frana, le pareti esplodono in un ultimo urlo atroce.
Il nulla brutale mi trapassa violentemente la carcassa. Improvvisamente muoio.