Oggi non è una bella giornata. Oggi non è una bella giornata perché è una giornata come tutte le altre. Il solito suono pre-impostato che non ho mai avuto voglia di cambiare mi tira improvvisamente fuori da un sogno come tutti gli altri. Spalanco gli occhi. Vedo il cuscino, prendo il cellulare, disattivo la sveglia premendo a caso sullo schermo. Spalanco la finestra. Non faccio fatica ad alzarmi, faccio fatica ad azionarmi. Non è tanto il gesto quanto il motivo per compierlo. Oggi manca, perché è una giornata come tutte le altre. Vado in cucina. Metto la moka sul fuoco, mi siedo, scorro a caso le foto delle persone che seguo su Instagram. Vorrei non farlo. Una delle prime cose che faccio la mattina è somministrarmi la mia dose di vita degli altri, come se scollegarmi per qualche ora durante il sonno mi avesse provocato astinenza. Perché ormai quando dormi è l’unico momento in cui resti veramente solo. Solo senza controllare quello che succede intorno a te. Solo perché hai gli occhi finalmente chiusi. Vorrei non cominciare ogni volta in questo modo, iniettandomi nella testa la vita di qualcun altro, ma ormai fa parte della routine. È come il caffè che mi sto versando nella solita tazzina trasparente con il manico crepato. È prassi. Oggi non è una bella giornata perché è esattamente come tutte le altre. E devo essere sincero, le foto e i video di ‘sta gente mi danno fastidio a quest’ora, ma continuo a farmele scorrere sotto gli occhi, mentre mi brucio la lingua con il caffè bollente. Passo la tazzina trasparente con il manico crepato sotto l’acqua e l’appoggio dove capita vicino al lavandino. Prendo il cellulare dal tavolo, ancora bloccato sulla foto di un tipo che manco conosco in vacanza da qualche parte dove si sta meglio e vado sotto la doccia. Sotto la doccia è ormai l’unico momento in cui resti veramente da solo in maniera cosciente. Senza dormire intendo. A volte chiudi gli occhi anche lì, come quando dormi, però intanto pensi, rifletti, ragioni, inventi. Praticamente la differenza è che sotto la doccia sogni quello che ti pare ad occhi aperti. T’immagini le situazioni, ti prepari le frasi, ti proietti nei posti. Ti sposti da fermo. Dicono che le idee migliori vengano sotto la doccia, e questo fa sembrare la doccia un posto magico, dove il flusso creativo s’innesca automaticamente, le parole scorrono, i discorsi filano, i problemi si risolvono e certe volte smettono addirittura di sembrare problemi. Un posto dove, nonostante il vapore che appanna il vetro, si vede tutto molto più chiaramente. Io non ci ho mai creduto fino in fondo alla magia della doccia. Perché l’acqua calda che ti scivola addosso di certo ti aiuta a creare soluzioni vincenti e a semplificare la complessità, ma anche il ritrovarsi finalmente solo fa la sua parte. Solo senza distrazioni. Solo senza niente a parte te e i tuoi vortici mentali, lo shampoo e il sapone. Forse non è che sotto la doccia pensi meglio, è che sotto la doccia sei costretto a pensare. Ti sciogli, ti distendi, sei solo e pensi a tutto quello che potrebbe essere, a quello che era, a quello che sei, a quello che è. La doccia più che una magia è una circostanza in cui non ti trovi praticamente mai nel resto della giornata. Ci vorrebbero molte più docce nel resto della giornata. Mi metto il solito paio di Jeans, quelli che te li senti sempre bene addosso anche dopo anni, quelli che prendi in automatico senza doverli scegliere perché ti fidi, poi metto una maglietta scura, una felpa con il cappuccio che non sta mai come dovrebbe stare, allaccio le scarpe e nascondo i lacci all’interno. Esco di casa. Passo attraverso il parco dove la gente porta in giro il cane, corre, cammina, suona strumenti musicali e nel weekend quando è caldo prende il sole come se fosse in spiaggia. Non li ho mai capiti quelli che vanno nei parchi a prendere il sole come se fossero in spiaggia. O forse semplicemente li invidio. Andare in un posto fingendo di essere da un’altra parte e convincersene. Nessuno sguardo sembra inopportuno se ci riesci, se riesci ad essere dove pensi di essere anche se non ci sei. Nessuno sguardo pesa se sei pienamente convinto di essere nel posto giusto anche se non ci sei. Cammino veloce, sono in ritardo. Sto ancora sciogliendo il nodo che si è formato nelle cuffie. Chissà come cazzo fa a formarsi il nodo nelle cuffie. Si legano in maniera spontanea. Come le persone che s’innamorano in fondo. Le persone sono come le cuffie con il filo. Perché, in un modo o nell’altro, finiscono per incastrarsi. E con incastrarsi intendo proprio incastrarsi. Fregarsi, attaccarsi, ingannarsi, colpirsi. Qualcuno o qualcosa poi deve arrivare a dividerle. Perché due persone che s’innamorano vanno divise in qualche modo. Vanno staccate con la forza. Perché tenerle insieme crea più danni che separarle. E poi se riesci a dividerle puoi ascoltare la musica. Salgo sull’autobus. Vado al centro e mi appoggio alla ringhiera di metallo. Oggi è una giornata come tutte le altre e infatti non trovo posto. Ormai sono mesi che è sempre una giornata come tutte le altre, ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera. Mi sveglio, interrompo il sogno, mi preparo, esco, sciolgo i nodi, mi confondo con la gente che ho intorno sull’autobus, arrivo, parlo con i soliti, rido con i soliti, m’incazzo con i soliti, torno a casa, mi chiedo cosa dovrei fare, ceno, a volte esco, a volte no, dormo. Standard. Due innamorati vanno divisi perché non conoscono lo standard. E senza standard c’è il caos. E senza il caos c’è la tregua. Ma la tregua deve essere momentanea. Come le cuffie con il filo. Le separi poi le ritrovi insieme, attaccate come prima. Quella è una tregua, perché poi torna il caos. A me il caos manca. La tregua si è trasformata in normalità al punto da farmela odiare. Sempre le solite facce distrutte su ‘sto autobus. Sempre io, sempre noi, sempre lo stesso vecchio che mangia un panino con il prosciutto da un sacchetto bianco anche se sono le sette e trenta del mattino. Sempre la stessa ragazza con la felpa larga che ride da sola guardando il cellulare. Sempre lo stesso uomo con lo zaino rovinato da campeggiatore e la divisa elegante da bancario, uno che si sforza di far convivere dentro e fuori di sé la sua palese contraddizione. Sempre tutti, i soliti, gli stessi, lo standard che il mondo mi offre. Sempre io. In una giornata come tutte le altre.