PRIMA CHE ARRIVASSE IERI

Fisso il televisore acceso, ma è come se fosse spento. Vedo soltanto delle bocche muoversi. Sono paralizzato sul letto, perso nel buio di camera mia. Lo stesso buio che ho all’interno. Le immagini dei concorrenti che cucinano mi scorrono davanti mescolandosi alle immagini di quello che siamo stati. Ieri era tutto diverso. Ieri avrei ascoltato le critiche esasperate degli chef e ci avrei riso sopra. Oggi invece ascolto soltanto la tua voce rimbombarmi nella testa. Non c’è modo di farla smettere. Non c’è modo di farmi smettere di ascoltarla. Ho perso il controllo su di me, vengo trascinato continuamente dentro al vortice di quello che eravamo senza potermi opporre in alcun modo. Non posso fare altro che assistere passivamente a quello che il mio cervello continua a sbattermi addosso. Non posso fare altro che vederti e sentirti, ficcarti senza chiederlo tra me e qualsiasi altra cosa ci sia intorno. Non c’è nulla in cui non c’entri. Non posso vedere nulla senza vederti. Non posso sentire nulla senza sentirti. Sono ostaggio dei ricordi che io stesso produco. Sono in balia della mia memoria, dove tu esisti. Vorrei scappare, ma sono chiuso qui da almeno due ore, non ci riesco. Sono qui che aspetto. Forse non avrei dovuto farlo. Forse avrei dovuto trattenermi ancora, resistere, uscire a fare un giro. Ma è da ieri che sono morto, avevo bisogno di tornare in vita anche soltanto per qualche istante, prima di morire di nuovo. Nell’attimo in cui ho premuto “invia” ho sentito una scarica elettrica travolgermi, ho sentito il corpo ribaltarsi e svuotarsi, ho visto le pareti tremare. Tutto si è dissolto in un fulmineo senso di liberazione. Poi di nuovo la morte. Ha sfondato la porta, mi ha travolto ferocemente. Il buio. Il niente più assoluto. E adesso sono qui a farmi sbranare da tutto quello che eravamo prima che arrivasse ieri. I nostri discorsi in codice, le nostre canzoni, i nostri posti. Finisco dentro i nostri posti continuamente, ci cerco, ci vedo, ci crepo. Stacco gli occhi dal televisore e li sposto sul display rotto del cellulare. L’ho già controllato almeno dieci volte negli ultimi cinque minuti, pur non essendo stato invitato a voltarmi da nessuna luce. Non si è mai illuminato. Lo schermo resta spento, spento come me. Ancora nessuna risposta. Resto ancorato qui. Prendo il cellulare in mano e rileggo per la sesta, settima, forse ottava volta quello che ti ho scritto. Ormai sono passati venti minuti, ma sembrano venti giorni. Le mani tremano. È come se non volessi farmi scoprire a rileggere quello che io stesso ho scritto. È come se me lo volessi tenere lontano. Mi fermo alla quarta riga e lascio cadere il cellulare sopra al cuscino. Cado a picco, sprofondo all’indietro, sbatto la testa contro il muro. Un rumore secco che mi vibra dentro, ma il dolore fisico non lo percepisco nemmeno. Fisso il soffitto sopra di me e precipito automaticamente dentro quella sera. Uno dei tanti ricordi che mi tormentano da ieri, che mi circondando e che mi passano attraverso, perforandomi la gola, lo sterno, lo stomaco, tutto. Uno dei tanti ad essersi trasformato in una persecuzione, da ieri. Una persecuzione dal sapore aspro, da ieri. Un ricordo che brucia come l’acqua salata sulle labbra rotte. Precipito dentro quella sera al mare, insieme. Quel locale pieno di gente vestita benissimo che cerca di nascondere sotto litri di profumo invadente la propria insicurezza. Noi che della nostra insicurezza conoscevamo ogni spigolo e non avevamo paura di sbatterci contro. Quel locale pieno di gente diversa da noi. Quel locale in cui siamo finiti più per caos che per caso. Più per sbaglio che per voglia di mescolarci alla folla. Quella sera ci siamo ubriacati apposta. Volevamo capirci poco. Volevamo confonderci l’uno dentro l’altro. Abbiamo vagato per il locale tutta la notte, lamentandoci di quanto ghiaccio ci fosse nei nostri drink, strattonandoci dolcemente, baciandoci al posto di usare le virgole tra le parole. Quando siamo usciti era quasi l’alba. Abbiamo camminato verso il mare reggendoci a mala pena in piedi, senza dirci una parola, poi siamo crollati sulla sabbia gelida ridendoci addosso. Ci siamo rialzati e ci siamo sdraiati vicino ad un ombrellone chiuso. Ci siamo addormentati, senza dirci nulla, senza abbracciarci, senza tenerci la mano, guardandoci solo una volta prima di chiudere gli occhi. Soltanto restandoci vicini. Intanto il sole saliva a coprirci dal vento. Quando ci siamo svegliati c’era una coppia di anziani a guardarci, qualche metro più avanti. Non erano gli unici. Ci siamo tirati su di fretta, ancora mezzi ubriachi, e ci siamo allontanati velocemente, o almeno a noi sembrava così. Ancora, sempre, senza dirci nulla. Forse quella sera ci eravamo già detti veramente tutto. A cenni, a gesti, a movimenti. Quella sera eravamo completi. Lo schermo del cellulare s’illumina. Vengo scagliato fuori dal ricordo, come se qualcuno mi avesse sollevato e spinto via. Un brivido mi trapassa la pelle. Il ventre mi si contrae. Il tremore s’impossessa dei miei arti. Mi volto di scatto, prendo il cellulare, lo giro verso di me. Apro la mano e lo lascio cadere. Lancio la testa all’indietro. Il vuoto mi sovrasta. Ho bisogno che quel nome compaia. Ho bisogno di leggerlo. Ho bisogno di una risposta perché non ci riesco più, non resisto più, non respiro più, non vivo più. Vorrei morire se non fossi già morto. Ho bisogno di vedere quel nome. Ho bisogno di vedere che noi esistiamo ancora. Ho bisogno di vedere che siamo come prima. Prima che arrivasse ieri.