Senza dirsi tutto quello che c’è da dirsi

All’altezza del supermercato sale un ragazzo con lo zaino rosso e le cuffie nelle orecchie.
Lo incontro praticamente tutte le volte che prendo l’autobus la mattina a quest’ora.
Sale dall’entrata davanti, si ferma per rovistare nelle tasche, prima dei pantaloni poi della giacca, avvicina l’abbonamento alla macchina che fa i biglietti e si trascina nel posto libero più vicino che trova.
Si siede scomposto, con la giacca mezza incastrata sotto il sedile, si mette lo zaino tra le gambe, dà una controllata spontanea al telefono e poi guarda fuori dal finestrino con aria assonnata.
Alla fermata dopo la sua, quella di fronte al fornaio con le luci di Natale accese in vetrina per tutto l’anno, sale una ragazza con lo zaino nero.
Lei sale dall’entrata posteriore, a volte anche dall’uscita centrale, beccandosi le occhiatacce e i bisbigli di qualche anziano che non vede l’ora di rimproverare qualche giovane indisciplinato. Convalida il suo abbonamento, si dà una sistemata ai lunghi capelli neri nel primo riflesso libero che trova, scrive qualcosa sul telefono cercando di non cadere mentre l’autobus riparte e infine va a sedersi vicino al ragazzo. Quando il posto è occupato, si ferma in piedi di fianco a lui, tenendosi stretta alla sbarra di metallo macchiata di molte mani.
È chiaro che lo preferisca all’andarsi a sedere da sola da qualche altra parte.
È chiaro che preferisca lui al resto.
Il ragazzo quando la vede arrivare si raddrizza subito, si sveglia di soprassalto, si passa frettolosamente una mano tra i capelli ricci e si prepara a parlare di qualcosa, qualsiasi cosa va bene. Non rimangono mai veramente in silenzio perché s’inventano sempre qualcosa da dirsi.  
Ieri erano entrambi seduti di fronte a me sull’autobus.  
Lei con una collana con scritto «Silvia» al collo, probabilmente regalata da qualche parente stretto, lui con una serie di frasi bloccate in gola che vorrebbe dirle, probabilmente relegate da qualche parete emotiva.
Ieri li ho visti per la prima volta veramente vicini, seduti uno affianco all’altro a pochi centimetri di distanza e sempre ieri, per la prima volta, mi sono veramente ricordato come fosse piacersi da lontano pur essendo irrimediabilmente vicini.
Avevo voglia di ascoltare la mia musica come faccio in ogni tragitto, quindi non ho smesso di farlo solo per farmi gli affari loro, anche se ammetto di averci pensato. Mi sono accontentato delle pause tra una canzone e l’altra e degli altri attimi in cui li sentivo scambiarsi le loro cose sopra alle mie canzoni. Ieri parlavano di serie tv su Netflix e di capodanni trascorsi.
Mi sono rivisto nel loro combaciarsi senza saperselo spiegare.
Mi sono rivisto scendere le scale che portano all’atrio centrale, un paio di anni fa, e vedere Eleonora immobile davanti alla macchinetta del caffè alzare la testa, sbattere una volta gli occhi e guardare nella mia direzione.
Io mi accorgevo che mi stesse guardando, che cercasse proprio me, sentivo il suo sguardo colpirmi in pieno. Ma era come se mi spostassi, come se preferissi credere che in realtà stesse guardando il muro dietro o qualcun altro che stava facendo le scale con me.
Non ero capace di capire, non ero in grado di cogliere un invito invisibile, non ero pronto per aggrapparmi con coraggio al suo sguardo e raggiungerla una volta per tutte.
Qualsiasi indizio riuscissi a percepire, non mi sembrava mai abbastanza per considerarlo una prova schiacciante della nostra complicità, sottolineata ma sommersa.
Eppure ci conoscevamo bene, per un certo periodo avevamo passato davvero molto tempo insieme. Andavamo nella stessa scuola, uscivamo la sera nello stesso gruppo di amici, bevevamo, fumavamo, ascoltavamo della musica. Ci accompagnavamo anche a casa perché abitavamo vicini.
Dopo tante condivisioni di spazi, tragitti, argomenti e qualche breve stretta allo stomaco quando mi raccontava del mio amico con cui usciva, una sera ho capito che mi piaceva davvero.
Mi ricordo esattamente il momento in cui è successo.
Stavamo camminando in un parcheggio con gli altri e Davide doveva andare a comprare le sigarette dal tabaccaio che rimane sempre aperto, ventiquattro ore su ventiquattro.
Eravamo una decina e si erano creati due gruppi, ognuno con il proprio argomento e il proprio ritmo di spostamento. Io ero nel gruppo dietro insieme a Fede, Giacomo, la Sara e la Chiara, mentre tutti gli altri erano là davanti a noi, compresa Eleonora.
Non so di cosa stessero parlando gli altri là davanti, sentivo solo frasi del tipo «Eh ma mica dovete stare insieme per tutta la vita!» oppure «Se non lo fai adesso come ci arrivi a quart’anni?!» e altre cose di questo genere. Probabilmente era una di quelle discussioni tra maschi e femmine a proposito di quando si possa definire «seria» una relazione all’età che avevamo, le libertà che uno si può prendere se è ufficialmente fidanzato eccetera eccetera.
Nel nostro gruppo dietro parlavamo di viaggi all’estero, di dove eravamo già stati e di dove ci sarebbe piaciuto andare una volta finita la scuola, da soli o in compagnia.
Eleonora era davanti con loro e io non riuscivo a smettere di pensare al fatto che lei fosse là davanti con loro. Mi ricordo perfettamente che non riuscivo in alcun modo a smettere di pensare al fatto che lei fosse là davanti con loro. Non riuscivo a distrarmi. La vedevo muovere le braccia, parlare con gli altri, ridere ad alcune frasi ed ero molto agitato. Mi sentivo come quando tutto prende la piega sbagliata e tu non puoi farci assolutamente niente.
Mi sentivo impotente e turbato.
È stato lì che ho avvertito per la prima volta in maniera netta la sua troppa lontananza.
Non capivo bene per quale motivo ma mentre camminavamo verso il tabaccaio divisi in due gruppi continuavo a sperare che ad un certo punto Eleonora si fermasse, smettesse di parlare e di ridere con gli altri, li lasciasse proseguire avanti e mi raggiungesse senza dire nulla.
Continuavo a guardarla e sperare che facesse inversione, verso di me.
Quando siamo arrivati davanti al tabaccaio qualcuno è entrato insieme a Davide mentre tutti gli altri sono rimasti fuori a proseguire i discorsi già iniziati.
Io mi sono appoggiato alla serranda del negozio di ceramiche con la schiena, lei mi si è avvicinata, mi ha appoggiato la testa sulla spalla sinistra dicendo «sono stanca» e poi mi ha stretto con le braccia all’altezza dei fianchi. Non si era mai verificato un fatto simile. 
In quel preciso istante, me lo ricordo come se fosse questo, mi ha travolto uno spaventoso senso di vertigini, amalgamato a una piacevole forma di nausea alternata a una acuta voglia di essere da soli in un posto qualsiasi dell’universo.
Poi mi è venuto in mente il mare.
Mi ricordo perfettamente che mi è venuto in mente il mare.
Non so perché proprio il mare, ma mi è venuto in mente il mare.
Un mare piatto con qualche onda tenue che si appoggia delicatamente alla riva.
Ho visto le onde formarsi e scivolare dolcemente una dopo l’altra, ho sentito il suono dell’acqua che s’increspa piano, il calore del sole bruciarmi sulla pelle nel punto esatto in cui Eleonora mi stava stringendo con le sue mani fredde.
In pochi secondi di vita ho immaginato centinaia di attimi insieme a contemplare il paesaggio intorno a noi come se non esistesse, come se risultasse soltanto da una nostra allucinazione.
Ho visto accavallarsi, mescolarsi, incastrarsi situazioni fatte apposta per noi due.
Ho viaggiato oltre rispetto ai posti in cui avevo appena detto con gli altri del gruppo dietro di voler viaggiare, ben oltre le montagne norvegesi e il deserto australiano.
Poi Eleonora si è staccata da me.
Ho visto le sue braccia andarsene ed ho aperto gli occhi, anche se penso di non averli mai chiusi.
Quando si è staccata da me è tornata la corrente sulla realtà in cui eravamo.
Si è spostata per andare a buttare un fazzoletto di carta nel cestino e io sono rimasto a fissare l’insegna luminosa del tabaccaio che fino a poco prima aveva smesso di esistere.   
È stato in quel preciso istante che ho capito che Eleonora mi piaceva.

L’autobus rallenta, schiva una macchina parcheggiata con le doppie frecce e si ferma davanti al fornaio.
Le porte automatiche si aprono.
Lei sale dall’uscita ma non c’è nessun anziano a rimproverarla.
Convalida il suo abbonamento, si sistema i capelli, manda il suo messaggio mentre l’autobus riparte e si mette a cercare il ragazzo con lo zaino rosso.
Gli sfila di fianco, lui la chiama tirandola per la giacca, si salutano ed iniziano a parlare.
Senza dirsi tutto quello che c’è da dirsi.

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