Verso Febbraio abbiamo iniziato a non volerci più.

Verso Febbraio abbiamo iniziato a non volerci più. 
Non è stata una vera e propria crisi, la nostra, perché nelle crisi vere e proprie c’è sempre qualcuno che vuole salvare la situazione nella speranza che tutto possa tornare come prima.
Che a pensarci è pure strano: le cose iniziano ad andare male e la speranza è che torni tutto come prima, come prima del tracollo? Non sarebbe meglio preoccuparsi dell’esatto contrario? 
Se le cose prima andavano bene e poi hanno cominciato a incrinarsi allora significa che non andavano poi così bene. Che senso ha rimpiangere un prima che è culminato in una rottura?  Bisognerebbe desiderare che le cose non tornino mai più come erano prima, una volta raggiunto il punto di rottura, se si vuole tentare di salvare quello che c’è da salvare, e occuparsi del dopo. 
Se la smettessimo di avere così tanta fede in quello che ha già funzionato e ci impegnassimo a dialogare maggiormente con il dubbio, scopriremmo che la stabilità si alimenta d’incertezza.
Comunque, questo discorso non ci riguarda, perché, come dicevo, la nostra non è stata una crisi. Non siamo mai entrati esplicitamente in crisi, non ci siamo mai ritrovati a discutere nel cuore della notte del fatto che le cose tra noi non andassero più e non c’è mai stato nessuno che abbia manifestato la speranza che tutto tornasse come prima. Ci mancherebbe.
Non volevamo che tutto tornasse come prima, non volevamo che tutto restasse com’era e non volevamo nemmeno che tutto rischiasse di evolvere in qualcos’altro. 
Non ci volevamo semplicemente più. Entrambi. Contemporaneamente. 
Ma non ce lo siamo detti, non ne abbiamo parlato apertamente, non ci siamo confrontati sulla questione incontrandoci al tavolo di qualche bar per tentare di capire dove e come saremmo potuti intervenire. 
Abbiamo parallelamente smesso di cercarci, di chiederci di uscire, di proporci di passare del tempo insieme. 
È un caso molto raro il nostro, perché la manovra evasiva è stata assolutamente simultanea. 
Verso Febbraio, dopo cinque anni di relazione, abbiamo iniziato a non volerci più.
Insieme, nello stesso identico periodo, come se ci fossimo dati appuntamento sul calendario delle intenzioni spontanee per cominciare il processo della nostra naturale disgregazione. 
Lo so che potrebbe sembrare difficile da credere, visto che stiamo parlando di una relazione durata cinque anni, ma il nostro è stato davvero un declino tacitamente concordato, indolore, senza spargimenti di lacrime, senza insulti che volano, urla che s’infrangono sui vetri, chiamate perse e senza il coinvolgimento di nessuno. 
Ci siamo lasciati andare, abbiamo lasciato affondare la nostra barca, ci siamo abbandonati.
Non so come sia potuto succedere di ritrovarsi allineati con una tale precisione anche durante la fese di allontanamento, che solitamente non è una passeggiata, ma nel nostro caso lo è stato.
La nostra separazione è stata una passeggiata.
Neanche un passeggiata al tramonto, ma una passeggiata in pieno giorno, una passeggiata di domenica all’ora di pranzo, quieta e qualunque.
Siamo usciti, tutti e due, dalla stessa casa, poco prima che fosse ora di mangiare, e non abbiamo più fatto ritorno in quel posto che chiamavamo Insieme.
Ci siamo volutamente smarriti. 
Davvero, non so come sia potuto capitare. 
Siamo riusciti a far succedere una delle cose più complicate di tutte, ovvero finire, senza che succedesse praticamente nulla, senza che nessuno si facesse male, senza che nessuno si sentisse in trappola, in colpa, in crisi, in dovere di andare ancora un altro po’ avanti. 
Siamo finiti nel nulla, e con nulla, nello stesso modo in cui siamo venuti. 
Siamo stati coordinati, composti e morbidi anche nel levarci di torno, proprio come lo siamo stati cinque anni fa, quando ci siamo tirati in mezzo e ci siamo conosciuti. 
Io stesso, che ho vissuto in prima persona la situazione, che ne ho fatto parte, sono ancora positivamente sconvolto da quanto sia andato tutto incredibilmente per il verso giusto. 
La nostra relazione è stata una relazione perfetta, assolutamente perfetta, dall’inizio alla fine.
Ci siamo piaciuti appena ci siamo visti, quella sera che Armando ci ha presentati, ci siamo avvicinati gradualmente, ci siamo baciati quando era il caso di baciarsi, lo abbiamo fatto quando era il caso di farlo, abbiamo litigato quando ci serviva, ci siamo provocati quando ci voleva, ci siamo piaciuti più del previsto quando ci sono capitate delle giornate davvero ottime, e infine ci siamo lasciati perdere quando abbiamo iniziato a non volerci più.
La nostra relazione è stata una vera e propria opera d’arte, un meraviglioso connubio di coerenza e sincronismo, e la modalità condivisa con cui abbiamo superato la prova finale, come ne siamo usciti indenni, è stata davvero la ciliegina sulla torta, il degno finale di un degno sviluppo. 
Verso Febbraio, io non la volevo più e lei non voleva più me.
Non è che ci sia poi molto altro da dire. 
Lo abbiamo avvertito tutti e due, e tutti e due abbiamo capito che la cosa migliore da fare sarebbe stata mollare progressivamente la presa, procurare una fessura nello scafo alla volta, con molta calma, perché tanto accelerare i tempi, dopo cinque anni, non aveva alcun senso.
Siamo riusciti ad accompagnarci anche quando si è trattato di andare in due direzioni opposte.
E scusate se mi ripeto, ma è questa la cosa che ancora oggi mi sconvolge. Questa è la cosa che ancora oggi quando ci penso mi lascia sbalordito, perché siamo stati veramente bravi. 
Se Irene non fosse qua dietro di me che dorme giuro che ci farei un sonoro applauso.
Qualcuno sicuramente sarà curioso di sapere come abbiamo fatto a uscirne così bene.
In effetti io sarei curioso di saperlo, io sarei curioso di sapere come ci si allontana rimanendo vicini, come ci si mette d’accordo sulla stessa faccenda senza neanche guardarsi, come ci si mette da parte a vicenda evitando risse, rancori, risentimenti e ritorsioni.
La verità è che non lo so. 
Non so quando abbiamo deciso che fosse arrivato il momento di cominciare a perderci. 
Per quanto sia stato veramente facile finirla, non saprei proprio individuare con altrettanta facilità un avvenimento preciso, un razzo di segnalazione che abbia dato il via alla cerimonia di chiusura, il punto di svolta che ci ha portato all’entrata nel terzo atto, che nel modello tradizionale della sceneggiatura cinematografica è quella parte finale del film in cui tutto si risolve. 
Noi nel nostro terzo atto ci siamo finiti, non è che ci siamo entrati, ci siamo finiti dentro approfittando con notevole maestria di un momento in cui guardavamo da un’altra parte. 
Immaginiamoci due uomini alti e muscolosi, con le facce tese, gli occhiali neri, un auricolare nero nelle orecchie e una lunga giacca nera addosso, che stazionano davanti a una porta. A un certo punto sentono un rumore che li fa distrarre e si allontanano, lasciando la porta incustodita. Noi passiamo da quelle parti tenendoci per mano, proprio in quel momento, vediamo la porta incustodita, e veniamo attratti dalla possibilità di aprirla senza incorrere in nessun guaio. Una volta dentro iniziamo a vagare, iniziamo a vagare smettendola di guardarci, iniziamo a sentirci diretti verso due percorsi diversi che terminano nella stessa porta. Sentiamo le nostre mani annodate sciogliersi mentre avanziamo, passo dopo passo, fino a ritornare ognuna al proprio corpo di appartenenza quando la distanza è troppo ampia. Procediamo paralleli, lungo i muri opposti della medesima stanza, per poi ricongiungerci in prossimità dell’uscita, che è la stessa porta per entrambi, ma si apre su due mete differenti. 
È stato facile perdersi ma, come dicevo, non saprei spiegarne il motivo. 
Sarà che la facilità avviene e non si può stare troppo a parlarne perché altrimenti si complica.
La facilità è come la felicità: esiste finché non ti accorgi della sua esistenza.  
Ci sono quelli che dicono di farci caso quando sei felice, così poi man mano capisci cosa devi cercare nella vita, ma quelli non tengono conto del cinico senso dell’umorismo della felicità, che se la ride sulle nostre spalle mentre le moriamo dietro pensando di poterla ridurre a un metodo.
Per la facilità, come per la felicità, vale il principio d’indeterminazione.
Ecco perché non saprei dire come abbiamo avvertito di dover iniziare a calare il sipario, un centimetro alla volta, perché è avvenuto con grande facilità.
Ce ne siamo andati e basta. 
Con questo non voglio sostenere di non essermi accorto del fatto che stessimo affondando, perché di quello ne eravamo entrambi perfettamente consapevoli.
La barca era la nostra e noi eravamo l’equipaggio, sapevamo benissimo quello che stava succedendo. 
Ma stava succedendo in una maniera talmente sorda, talmente univoca, talmente facile, che opporsi non era un problema da porsi. Era piacevole sentirsi andare sempre più a fondo. 
Impossibile? Impossibile che dopo cinque anni si verifichi una cosa del genere? Impossibile che nessuno dei due faccia una piega mentre tutto quello che si è costruito va a rotoli? 
Probabilmente avrei pensato lo stesso se non lo avessi vissuto, ma l’ho vissuto. 
Verso Febbraio non ci volevamo più e ci siamo dati retta. Punto e basta. 
Abbiamo accettato il nostro funerale senza bisogno di accertare la nostra morte.
Immaginiamoci una bara che è appena stata richiusa. Noi arriviamo lì insieme e guardandola è come immediatamente se ci riconoscessimo. Non nel cadavere, ma nell’idea. Nell’idea di aver fatto il nostro tempo. Nell’idea di aver dato quello che avevamo da dare. Nell’idea di non esserci più. Guardiamo la bara qualche altro secondo e poi ci allontaniamo, camminiamo su due marciapiedi paralleli divisi da un prato di tombe fino a raggiungere il cancello d’uscita. Usciamo e c’incamminiamo verso casa, non la nostra, ma ciascuno verso la propria. 
Ho già detto che non ho molto da dire su come sia potuto andare tutto così liscio, perché sono il primo a rimanere ancora impressionato, ripensando a tanta eleganza. 
Il massimo che posso fare è attenermi ai fatti, alle poche cose pratiche che sono successe durante il nostro percorso spontaneo di allontanamento reciproco. 
Parlerei più volentieri delle cose che non sono successe, perché sono poi quelle ad aver fatto la differenza, sicuramente. Ma non sono successe, dunque non c’è molto che si possa raccontare.  
L’ultima volta che siamo usciti insieme era Sabato 24 Gennaio.
Mangiammo in un ristorante che ci aveva consigliato Armando, l’amico che ci aveva presentati e che oltre ad avere una dote innata nel far coincidere le persone (conosco almeno altre due coppie che sono nate grazie a lui), ha anche una invidiabile capacità di scegliere e consigliare posti in cui andare.
Io non sono mai stato bravo a scegliere i posti in cui andare.
Non è che non ne conosca abbastanza, mi piace girare e mi piace andare a cena fuori, ne ho girati parecchi di posti in cui andare, ma devo ammettere che il mio amico Armando riesce proprio ad azzeccare sempre quello di cui hai voglia.
Non ho idea di come faccia, senza dubbio ha una buona memoria (che a me manca), ma oltre alla buona memoria deve anche avere un qualche tipo di fiuto per gli ambienti adatti, perché i posti che consiglia lui non li consiglia davvero nessun altro. Armando non delude mai. 
Il ristorante che ci consigliò per la nostra ultima sera, che ovviamente non sapevamo sarebbe stata la nostra ultima sera, era perfetto.
Cibo di ottima qualità, servizio cordiale, ambiente con luci poco invadenti, sedie comode, tavoli spaziosi e prezzo dei piatti assolutamente giusto. 
Per il dopo cena non avevamo programmi, perché quando andavamo a cena fuori non ci piaceva fare programmi per il dopo, ci sembrava molto meglio decidere come proseguire durante il dolce. 
Durante la cheesecake e il semifreddo al caffè, ci venne voglia di andare a fare un giro in centro, nonostante fuori facesse un freddo cane. Quindi andammo a fare un giro in centro. 
Eravamo d’accordo, siamo sempre stati d’accordo sulle cose da fare dopo cena, durante il dolce.
So bene che potrei entrare maggiormente nei dettagli di quel 24 Gennaio, raccontare per filo e per segno ogni parola che ci siamo detti e ogni movimento che abbiamo fatto, ma posso garantire che non verrebbe fuori nessun indizio rilevante, niente che possa aiutarci a svelare il mistero.
Perché per me, anche per me, ci tengo a ribadirlo, la nostra separazione rimane un bel mistero. 
E nel nostro mistero bisogna rassegnarsi, bisogna solo rassegnarsi.
Per quanto ci piaccia andare a caccia di cause specifiche per venire a capo di ogni avvenimento, qua l’unico dato certo che abbiamo è un dato incerto, ovvero che verso Febbraio abbiamo iniziato a non volerci più. Fine.
Comunque, dopo cena andammo a fare un giro in centro, ma rimanemmo poco perché appunto faceva un freddo cane, quindi tornammo a casa mia a guardare un film. 
Non era tardi, saranno state circa le undici e mezza, quando parcheggiai la macchina in garage.
Decidemmo cosa guardare, ci sdraiammo nel letto e dopo poco io mi addormentai.
L’ultima immagine che ho di quella sera è Chiara che digita sulla tastiera del telefono mentre dietro di lei, sullo sfondo, c’è lo schermo del computer dove scorrono le scene luminose del film. 
La mattina dopo mi svegliai nella stessa posizione in cui mi ero addormentato, che pensavo fosse scomoda ma evidentemente non lo era poi così tanto.
Aprii gli occhi e Chiara nel letto non c’era, aveva raccolto le sue cose e se n’era già andata.
Ora, so che qualcuno potrebbe pensare che questa è un avvisaglia, un chiaro segno di attrito, il sintomo di un malessere: la tua ragazza che se ne va dal tuo letto senza aspettare che tu sia sveglio. Ma la verità è che succedeva molto spesso.
Succedeva molto spesso che io mi svegliassi quando Chiara era già uscita da casa mia.
Potrebbe sembrare un comportamento insolito, lo so, ma anche su quello eravamo d’accordo.
Io ero abituato a svegliarmi molto tardi e lei era abituata a svegliarsi molto presto, così avevamo deciso, anche questo senza deciderlo esplicitamente, che andava benissimo così. 
Quello di Sabato 24 Gennaio fu un weekend molto importante, perché non successe assolutamente nulla di straordinario, ma la domenica sera cominciai a covare una sensazione.
«Covare» è proprio il termine adatto, perché la sensazione non era ancora venuta alla luce, ma al buio sì. Non la provavo ancora, non l’avevo ancora indossata, ma da qualche parte c’era.
In un cassetto di camera mia, in un armadio, sotto al letto, non so dove si fosse accampata. 
Fatto sta che nel corso della settimana successiva cominciai a non volerla più. 
Non avevo voglia di scriverle, non avevo voglia di organizzare qualcosa per il weekend, non avevo voglia di sapere come andassero le sue giornate, non avevo voglia di vederla. 
Non avevo più voglia di volerla. 
Non mi andava, non mi andava proprio, giuro che non mi passava neanche per l’anticamera del cervello di volerla ancora.
Non volevo mai più volerla. 
E per lei dall’altra parte era uguale, ne sono certo.
Di assurdo c’è che la settimana prima, la settimana di Sabato 24 gennaio, andava tutto bene, poi non so come, non so perché e non so esattamente quando, ho cominciato a non volerla più. 
Ma non mi sono sentito male, non ci sono rimasto male nel vedermi cominciare a fare quelle piccole fessure nello scafo, anzi, mi sono sentito rinascere. 
Giuro che non sto esagerando: mi sono sentito rinascere mentre sprofondavamo. 
Prima ho parlato di mistero, ma forse sarebbe più corretto parlare di miracolo.
Non le scrissi fino a venerdì pomeriggio e lei non mi scrisse fino a venerdì pomeriggio, quando ci mandammo un messaggio nello stesso identico istante. Fu davvero straordinario.
«Ciao» scrissi io. 
«Ciao» scrisse lei.
Mi ricordo bene che mi sentii come se avessi appena ricevuto una conferma importante.
Andammo avanti a scambiarci frasi per circa mezz’ora, senza soffermarci sulla coincidenza perché non ce n’era alcun bisogno, finché lei mi disse «vado a prepararmi per uscire» e io risposi «va bene, allora buona serata!». 
Il venerdì era la nostra serata, uscivamo sempre insieme il venerdì sera, ma quel venerdì nessuno dei due propose niente, nessuno dei due manifestò l’intenzione di voler vedere l’altro. 
Non ci sentimmo più fino al giovedì successivo, quando mi arrivò un suo messaggio: «Come va?».
«Bene, tu?» risposi io senza neanche pensarci.
«Io anche» scrisse lei.
Finì in quel modo. Posso giurare che la conversazione finì in quel modo.
Leggendo quei messaggi mi sentii come se avessi appena ricevuto una conferma definitiva.
E infatti quella fu la conferma definitiva, perché dopo quella volta non ci siamo mai più sentiti.
Né un messaggio, né una chiamata, né una lettera, né un incontro, niente di niente. 
Verso Febbraio abbiamo iniziato a non volerci più.
Non è che ci sia poi molto altro da dire.

7 commenti

  1. Forse si era finito di dare quello che si è dato l’un l’altro e per entrambi era chiuso un ciclo e aperto un nuovo riconoscere di sé stessi, seguendo un altro cammino…bel trip c’è nemmeno io riesco a darmi una vera spiegazione su perché certe cose scorrono così in silenzio ma dove entrambi accettano in piena coscienza il silenzio della chiusura e un’altra apertura di porta… certe cose accadono veramente con una naturalezza che sbalordisce… Grazie Dario per questa riflessione.

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  2. Ho appena letto il tuo racconto. Ci tenevo a dirti che mi ha mosso qualcosa dentro. Mi ha emozionato. Parli dell’amore in un modo che non è scontato e anche quando i ragionamenti non sono banali risultano chiari. Non è facile rendere un concetto complicato semplice.

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  3. É un mistero, e forse sarebbe un peccato scoprirlo, potrebbe perdere la sua magia se si vestisse di razionalità…

    Per alcuni versi mi ricorda un passo di “Novecento” di Baricco:

    “A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un’anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall’inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto fra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d’accordo, allora buona notte, ‘notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto: fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. “

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