LE VINCITE APPESE

Manca poco alla mia fermata. 
Mi accorgo che devo scendere quando vedo scorrermi davanti agli occhi la tabaccheria. Quando c’è il semaforo rosso l’autobus ci si ferma esattamente di fianco, e mi guardo guardarmi nel riflesso della vetrina, tra le vincite appese.
Non ho mai capito fino in fondo la strategia di mettere in vetrina le vincite importanti. Non ho mai capito se le persone che provano a cambiarsi la vita grattando pezzi di carta o giocando dei numeri che forse qualcuno ha sognato ci facciano in qualche modo caso alle vincite importanti appese in vetrina. Alle persone che investono sulla fortuna non dovrebbe importare niente della fortuna degli altri anzi, dovrebbero innervosirsi davanti alla fortuna degli altri. Provi e riprovi a cambiarti la vita a pagamento e ti sbattono pure in faccia chi c’è riuscito. Non dev’essere facile da sopportare. Si potrebbe dire lo stesso di chi va alla ricerca del proprio miracolo nei posti in cui sembra che i miracoli si verifichino spesso. Le tabaccherie sono luoghi di culto. E come in certi luoghi di culto avvengono i miracoli più importanti, lo stesso succede in certe tabaccherie, in cui evidentemente la fortuna passa a prendere le sigarette più spesso che in altre. In effetti la capisco, ci sono certe tabaccherie che sono nettamente meglio delle altre, anche se vendono tutte le stesse cose. Le preferisci. È una questione di persone. Come dappertutto poi, ma in certi posti, quelli che si ripetono in serie sui marciapiedi, come le tabaccherie appunto, lo è ancora di più. Sono le persone a fare la differenza, a fare i posti che scegli. 
Ogni volta che mi vedo appoggiato al vetro, tra le vincite appese, mi chiedo se la fortuna esista, o se sia soltanto una via di fuga dall’ammettere la peggior verità di tutte, cioè che non esistono regole. 
«A qualcuno va bene e a qualcuno va male, ma tranquilli…è tutto sotto controllo!» 
in effetti non potremmo mai sopportare una presa di coscienza simile, significherebbe accettare la fastidiosa esistenza del caso. Talmente ingombrante da essere inammissibile. 
Ogni volta che mi vedo appoggiato al vetro, tra le vincite appese, finché l’autobus non riparte, mi chiedo se sia in qualche modo possibile attrarre a sé la fortuna. Mi chiedo se ci sia un modo per convincerla a passare da me, come fanno le tabaccherie con l’esca delle vincite importanti in vetrina, che provano a convincere le persone che se è già successo una volta, prima o poi succederà ancora. Spesso mi chiedo se serva davvero. È davvero necessario avere fortuna per sentirsi fortunati? È necessaria una vincita importante, un successo tangibile, per potersi dichiarare “persone fortunate”? Probabilmente no. Probabilmente quella di “persona fortunata” è un’idea illusoria come tante, più che uno status reale. Probabilmente non ho bisogno di attrarre a me la fortuna, ho soltanto bisogno di una situazione giusta.
Sollevo lo zaino, mi alzo cercando di non colpire nessuno, la signora di fianco a me sposta lateralmente le gambe per crearmi un minuscolo corridoio in cui passare. Arrivare all’uscita è un percorso ad ostacoli a quest’ora. Sorpasso la signora seduta di fianco a me ringraziandola con un cenno simile a quello che mi ha fatto l’autista quando sono entrato. Forse più che non significare nulla era un cenno riciclabile, di quelli che puoi usare in diversi momenti, per diversi scopi. Afferro una barra di metallo, scivolo in avanti, mi blocco davanti ad un uomo in giacca e cravatta sulla cinquantina che scorre compulsivamente la home di Facebook senza accorgersi minimante del fatto che mi stia impedendo di passare. Mi tolgo la cuffia destra, chiedo permesso senza ricevere né risposta né segnali di reazione. Le porte automatiche dell’autobus si aprono, le persone cominciano a scendere approfittando ognuno del proprio varco, chiedo ancora permesso cambiando tono di voce, stavolta in maniera certamente più nervosa, l’uomo sussulta, si guarda intorno disorientato, come se si fosse appena svegliato da un sogno molto reale. Si sposta in modo scomposto, urtando con il gomito la fronte di una bambina che scoppia immediatamente a piangere aggrappandosi al ventre della madre, la quale istintivamente le circonda la testa con le mani. 
«Oddio, scusami!»
La madre della bambina ostenta calma a parole, dissimulando la rabbia che le si sparge in faccia e la preoccupazione immotivata che le si dimena nel corpo. 
«No, no, si figuri, si figuri.»
Poi si abbassa verso la figlia stringendola a sé con forza. 
«Non è niente piccola, non è niente, vieni.»
Dev’essere una madre molto oppressiva. Una di quelle che se la legge lo consentisse farebbe installare un sistema GPS sotto pelle alla sua piccola bambina, sempre che non gliel’abbia già attaccato alle scarpe. Una di quelle che farà di tutto per impedire alla figlia di assumersi dei rischi, tenerla lontana dal sapore aspro del fallimento e dal contraccolpo adrenalinico dell’imprevisto. Ma questo in fondo non mi riguarda, né tantomeno mi appartiene, visto che madre sicuramente non lo sarò mai.   
Striscio velocemente contro l’uomo in giacca e cravatta girando le spalle, facendomi più sottile che posso, vedo una linea percorribile verso l’uscita, la seguo, qualcuno mi afferra il braccio. Mi blocco.
Le porte automatiche si chiudono, mi volto stizzito nella direzione della mano che mi stringe la manica della giacca senza lasciarla.
«Le chiavi.»
La ragazza mi lascia cadere il braccio. Non capisco.
«Ti sono appena cadute le chiavi.»
Muove il mento per sollecitarmi a spostare lo sguardo in basso. Vedo le chiavi. Mi piego velocemente sulle gambe finendo contro un paio di persone alle mie spalle con lo zaino, raccolgo le chiavi, me le metto subito in tasca. Mi tiro su.
«Grazie, ti giuro che…»
«Poi come ci entri in casa?»
Mi sorride scuotendo dolcemente la testa e si mette a scrivere sul cellulare con entrambe le mani. Rimango paralizzato a fissarla per qualche secondo, mentre la gente che mi soffoca intorno sembra non esserci più. Non sento i loro corpi, non sento i loro occhi, non sento i loro suoni, non sento i loro odori. Sento soltanto di voler continuare la conversazione con quella ragazza, di farle dire qualcos’altro, qualunque cosa si possa dire.  
Le porte automatiche si aprono. 
«Permesso!»
L’uomo in giacca e cravatta mi riporta dove sono. Stavolta sono io che sto bloccando lui e stavolta è lui ad avermi svegliato da un sogno molto reale. Mi faccio subito da parte, poi lo seguo, scendo dall’autobus voltandomi un’ultima volta verso quella ragazza, che stacca gli occhi dal telefono e mi vede guardarla. Mi giro subito. Sono fuori, inizio a camminare in una sorta di stato confusionale, imballato in una pesante leggerezza che ovatta i rumori, deforma le immagini e appiattisce i colori. 
Ho perso la mia fermata, ma non ho perso le chiavi di casa.
Ho avuto fortuna. Allora da adesso ci credo anch’io.

11 commenti

  1. Con questo racconto mi hai scaldato il cuore e dato un sorriso in una giornata un po’ storta, quindi ti ringrazio. Ho letto in pochissimo tutti i tuoi racconti e sentito i tuoi podcast, hai un potere comunicativo davvero forte, riesci a far percepire a chi ti legge immagini e sensazioni. È davvero bello che tu condivida così la tua arte. Ti saluto 🌻

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  2. È incredibile il modo in cui da un’osservazione semplice come la vetrina di una tabaccheria, tu riesca a tirare fuori qualcosa di così bello e tuo.
    Spero di riuscire a fare lo stesso, un giorno.
    Per adesso mi sento solo di ringraziarti per avermi mostrato, ancora una volta, una parte di te.

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  3. Secondo me è difficile definire la fortuna. È bello crederci. È bello pensare che quelle casualità siano dettate da un destino magnanimo, quando sono, appunto, delle casualità.
    Però è inutile negare che ci aiuti sempre pensare a questa “fortuna”, come se provvedesse a situazioni reali.
    Ma, effettivamente, credere in qualcosa, rende quel “qualcosa” magicamente tangibile e concreto.

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  4. Più che la fortuna io credo esista il destino, infatti penso sia già tutto scritto, grazie a questo ho una motivazione per miei fallimenti. Se perdessi le chiavi di casa darei la colpa a ciò, così come se perdessi la fermata, o la/il ragazza/o sull’autobus. È forse un po’ un proteggermi dalla realtà, però infondo nella nostra banale esistenza non sappiamo davvero cosa (e se) c’è di più grande di noi

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  5. Ps: con una leggera differenza che a raccogliermi le chiavi è stato il mio ex e non ci sono rimasta molto bene. Così ho ripensato al passato e ho constatato per l’ennesima volta che quello di averlo lasciato non è stato uno sbaglio ma l’unica cosa giusta che potessi fare. Tante buone cose.

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  6. È davvero interessante il modo in cui riesci a catapultare il lettore nell’atmosfera da te descritta.
    Forse è perché ho vissuto questa scena innumerevoli volte e riesco ancora adesso a sentire il disinteresse reciproco che aleggia fra i troppi passeggeri di un autobus, o il contatto fisico, spesso indesiderato ma inevitabile, o quel calore naturale dato dal respiro di troppe persone in uno spazio vitale ristretto.
    Hai ricreato un’atmosfera fin troppo familiare, ti ringrazio per avermi riportata in questo mondo che presto dovró affrontare nuovamente.
    Molto interessante anche la riflessione sulla fortuna, è qualcosa di talmente fugace e instabile che a mio parere non è possibile crederci. Non è “fortuna” il nome che le darei.

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  7. È davvero interessante il modo in cui riesci a catapultare il lettore nell’atmosfera da te descritta.
    Forse è perché ho vissuto questa scena innumerevoli volte e riesco ancora adesso a sentire il disinteresse reciproco che aleggia fra i troppi passeggeri di un autobus, o il contatto fisico, spesso indesiderato ma inevitabile, o quel calore naturale dato dal respiro di troppe persone in uno spazio vitale ristretto.
    Hai ricreato un’atmosfera fin troppo familiare, ti ringrazio per avermi riportata in questo mondo che presto dovró affrontare nuovamente.
    Molto interessante anche la riflessione sulla fortuna, è qualcosa di talmente fugace e instabile che a mio parere non è possibile crederci. Non è “fortuna” il nome che le darei.

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  8. Mi piace davvero molto questo tuffo nella tua realtà. Mi sono sentita sul tuo stesso autobus, schiacciata dalle persone. Ma ti ho osservato per tutto il tempo. Sono riuscita a vedere le tue espressioni e i dettagli intorno a te. Scrivere dona a noi che lo facciamo a coloro che leggono la possibilità di essere vicini, empatici. Di riflettere insieme, di provare emozioni. Senza mai esserci incontrati.

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  9. Ma alla fine sei riuscito a scoprire il nome di quella ragazza?! Scherzi a parte, veramente profondo.. di solito non riesco ad ascoltare musica e leggere contemporameamente perché se ascolto musica mi immergo in essa e se leggo voglio silenzio. Ma ti posso dire che sono riuscito a leggere il tuo scritto mentre ascoltavo una canzone. Magico.

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  10. Di fronte a una bambina che piange, la madre dovrebbe concentrarsi sulle vincite appese? Fammi capire… a parte questo in molti passaggi dei tuoi scritti mi sembra che ti specchi troppo nella tua introspezione e nell’ottima proprietà di linguaggio.

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