SONO IO

Suonano alla porta. Alzo di scatto il collo, spalanco gli occhi, mi pietrifico guardando la cartolina con scritto “Barcellona” appesa al muro davanti a me. Sposto lo sguardo sulla sveglia illuminata: sono le due di notte. Sono le due di notte, sono tre giorni che mi sono rinchiuso qua dentro, nella mia cella d’isolamento, dietro alle mie sbarre, stretto alla mia irresolutezza, da solo, non voglio nessuno, non chiedo nessuno, non aspetto nessuno. Chi cazzo può essere a quest’ora, ora che ci sono a malapena per me stesso. Scivolo indietro con la sedia facendo cigolare le ruote sul parquet rovinato, mi giro verso il cassetto di fianco alla scrivania, allungo la mano per aprirlo, sfioro il cellulare spento, suonano alla porta, ancora, tiro indietro la mano. Mi volto e guardo attraverso il corridoio, bucando il buio per arrivare all’ingresso. Suonano alla porta, di nuovo, stavolta con più insistenza di prima. Il rumore del campanello mi raschia i timpani per dieci secondi eterni, poi torna il silenzio assoluto, lo stesso nel quale mi nascondevo fino a qualche istante fa. Prendo il mio corpo debole, lo metto sulle gambe indolenzite, lo trasporto oltre la soglia della camera, entro dentro al buio macchiato di luna che filtra dalla serranda abbassata del bagno, vado verso la porta d’ingresso, vado verso dove non so più andare. Suonano, suonano forte, suonano senza smettere, suonano fino a farmi tremare il sangue nelle vene. Mi immobilizzo premendomi i palmi contro le orecchie per sopprimere quel lurido rumore ruvido disturbante. Torna il silenzio assoluto. Mi trascino avanti per qualche metro strisciando i piedi sul pavimento, fino alla porta, mi avvicino allo spioncino inarcando la schiena, socchiudo l’occhio sinistro, ci metto sopra il destro. Sul pianerottolo non c’è nessuno. Suonano ancora. Mi giro velocemente verso il citofono, lo fisso supplicandolo di smettere, supplicandolo di esplodere, poi sollevo, rispondo: «chi è?»
«Sono io».
Il cuore muore. Lo stomaco si squarta. Le gambe si spezzano. Il citofono attaccato al filo elastico mi cade dalla mano paralizzata sbattendo contro il muro, rimbalzando tre volte, sgretolando l’intonaco che precipita sul pavimento che mi si frantuma intorno. Ingoio la saliva, una pietra gelida e tagliente mi vibra nella trachea. Allungo il braccio verso il pulsante con la chiave disegnata sopra, senza nemmeno accorgermene, senza che possa impedirglielo, senza poterlo fermare. Premo il pulsante con la chiave disegnata sopra fino ad imprimermela sull’indice. Prendo le chiavi di casa sepolte sotto strati di riviste sul tavolo di vetro crepato, le inserisco nella serratura al primo colpo, giro, apro, spalanco la porta bloccandomi sulla linea che mi tiene alla larga dal mondo. Pesto lo zerbino storto, sporco di fango secco, quello che mi sono portato dietro dal giardino di casa sua. Una raffica d’aria gelida mi sbatte addosso attraversandomi le ossa. Il cerchio rosso dell’ascensore s’illumina, i numeri nel riquadro illuminato cominciano a salire, uno dopo l’altro. Ingoio la saliva, un pezzo di cemento scabro mi sfregia la gola. Indietreggio, un passo alla volta, colpisco lo zerbino con il tallone rischiando di cadere, arrivo al centro del corridoio d’ingresso, a qualche centimetro dall’attaccapanni con appese tutte le mie certezze morte massacrate dai colpi delle sue sprangate. Un colpo di luce sventra il nero schiantandosi contro la parete umida del pianerottolo. Le porte dell’ascensore si aprono. Ingoio la saliva, una lastra di ferro che mi sgozza. Chiudo gli occhi. Un passo, due passi, tre passi che vengono verso di me. Provo a scappare ma le gambe sono inchiodate nel marmo scheggiato. Provo ad alzare le braccia ma le braccia sono piantate lungo il corpo. Provo a parlare ma le parole sono incastrate tra i denti. I passi finiscono a pochi centimetri da me. Provo ad aprire gli occhi, ci riesco, mi guardo. Sono io. Sono venuto a prendermi.

31 commenti

  1. Tutte le volte che leggo un tuo racconto lo legi come se lo leggessi tu,con la tua voce!
    Con le tue parole riesci a farmi entrare nel racconto come se lo vivessi in prima persona;mi distacco da tutto e da tutti,solo il testo!
    Grazie,perchè con i tuoi racconti mi fai vivere un mondo diverso,anche se triste;ma mi fa stare bene!
    Grazie davvero

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  2. Mi piace il fatto che descrivi tutto nei minimi particolari, anche quelli che di solito vengono tralasciati, perché ritenuti noiosi e insignificanti, quando in realtà significano eccome. Leggendo mi sono rivista, soprattutto in quei giorni in cui anche io “c’ero a malapena per me stessa” e il solo pensiero che là fuori ci fosse un mondo mi terrorizzava. Però, come hai scritto tu, occorre “venirsi a prendere”, perché a stare nel proprio buio per troppo tempo prima o poi si diventa ciechi. E non solo dagli occhi.

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  3. È la prima volta che leggo qualcosa di tuo e vedo del potenziale.
    Sei bravo, non c’è che dire. La tua scrittura (o almeno questo racconto in particolare) possiede un’eco melodica che però devi stare attento a non far scivolare nella cacofonia.
    Ho particolarmente apprezzato il fatto che non ci sia un vero e proprio stop al “cambio” (tra virgolette perché di cambio non si parla immagino) di narratore che appunto è uno-non-uno-soltanto.
    Continua a scrivere riflettendo e riflettere scrivendo.

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  4. Forte. Bello. Bravo.
    Scritto così sembra la pubblicità dell’Unieuro, ma mi sembrava il modo più deciso di esprimere il concetto.
    Sono capitata qui un po’ per caso, girovagando tra i blog mentre cercavo di mettere in ordine i pensieri per scrivere un post sul mio di blog; beh, mi sa che per ora ho finito sia di girovagare che di scrivere: devo leggere gli altri tuoi racconti, riflessioni e pareri non richiesti. (Che se sono scritti così, secondo me un po’ richiesti dovrebbero esserlo.)

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  5. Il buio macchiato di luna. Le immagini che sai creare sono molto poetiche ed estremamente corporee allo stesso tempo. Continua a deliziarci con la tua scrittura, aspetto con ansia un bel libro da sfogliare con il tuo nome in copertina.

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  6. Mi ha fatto venire in mente il libro “il critico interiore”, l’immagine che hai saputo dare in questo testo è molto bella, ed è bello il fatto che la sento mia proprio come tanti altri

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  7. ad un certo punto mi sono chiesta se fossi su creepypasta.wikia, adoro veramente tanto questo genere a mio avviso penetrante e diretto. è uno schiaffo in faccia.

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  8. Ogni racconto che scrivi ha un’emozione a sé, come è giusto che sia, e mi lascia sempre a bocca aperta mentre leggo immagino la tua voce, ti immagino li immerso nel tuo racconto, nelle tue parole e poi arriva il finale che mi spiazza e dico:”wow”, mi fai rimanere a bocca aperta perché non mi deludi mai, e in quei racconti (non so come) c’è sempre un po’ anche di me, grazie Dario❤

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  9. Ciao Dario,
    Ho cominciato a leggere i tuoi racconti solo qualche giorno fa e sono talmente intensi che uno dopo l’altro me li sto divorando tutti. Proprio come quel libro che ti tiene incollato e l’unica cosa che vuoi è andare avanti, pagina dopo pagina.
    Non ti stanca, ma ti rilassa e ti arricchisce.
    Il modo in cui racconti le cose ti fa sentire lì con te in quel momento..dentro di te..
    Mi sentivo lì in quell’appartamento anche io, riuscivo a vedere ogni dettaglio che tu descrivevi. Sentivo forte nelle orecchie il suono nervoso del citofono e l’aria gelida quando sei uscito dalla porta in attesa dell’ascensore.
    Intenso e profondo. Complimenti ❤️

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