ALL YOU CAN EAT

I ristoranti all you can eat sono quello che siamo. Persone che vogliono tutto, tanto, subito. Non è un caso se negli ultimi anni i posti in cui puoi mangiare quanto ti pare senza porti il problema di scegliere con precisione cosa e quanto siano proliferati. Non è un caso perché quei posti sono l’espressione concreta della nostra sempre più marcata necessità di riempirci più che possiamo all’interno, introducendo dall’esterno. Nei ristoranti all you can eat, dove prendi e mangi, prendi e mangi finché non raggiungi il limite, c’è tutta la nostra insaziabilità. Non ci basta mai nulla. Viviamo con la sensazione che manchi qualcosa all’appello. Tutto quello che abbiamo perde rapidamente valore. Arriva e passa, arriva e passa, arriva e passa, ad una velocità esagerata. Tutto quello che ci riempie lo fa per poco, perché non appena svanisce l’incanto della novità, non appena passa il gusto adrenalinico del nuovo, il vuoto torna a riempirci. È la realtà delle gomme da masticare, dove ogni cosa che mastichiamo perde subito sapore. E la sputiamo fuori per prenderne una nuova, magari da un altro pacchetto, magari convincendoci che cambiando pacchetto non cambierà solo il sapore, ma la sua permanenza in bocca. Ma non è così. Vaghiamo alla ricerca di nuovi pacchetti di gomme da masticare, mastichiamo nuove cose, per poi accorgerci che quel senso d’insoddisfazione precoce e persistente di cui soffriamo rimane. Il vuoto torna ad invaderci. E allora vogliamo colmarlo, calmarlo. E allora ci viene fame. Ci viene fame e vogliamo soltanto riempirci più che possiamo, senza pensare, senza dover scegliere il modo migliore per farlo, perché tanto il risultato non cambia mai,  neanche cambiando l’ordine dei fattori, come a scuola. Andiamo a mangiare in uno di quei posti dove si può perdere un po’ il controllo, uno di quei posti dove decidere non chiede raziocinio, non chiede stress, non comporta irrimediabili esclusioni, perché tanto sei sempre in tempo per aggiungere quello che non hai scelto, senza ripercussioni, economiche e mentali. Uno di quei posti dove prendi tutto, prendi tanto, e lo pretendi subito. Accumuliamo piatti sul tavolo per saziare la nostra perenne fame di nuove alternative. La nostra fame di non avere più fame. E allora riempiamoci fino al limite in modo da rimanere pieni più a lungo del solito, per poter smettere di inseguire nuovi oggetti, nuovi strumenti, nuovi luoghi, nuove idee, nuove persone, da ammucchiare dentro alla nostra vita intasata, per poi sbarazzarcene avvalendoci della stessa leggerezza con cui li abbiamo raccolti. Prendiamo tutto, tanto, subito, per appagare la nostra ambizione perversa ma viscerale di avere istantaneamente ogni cosa ci passi per la testa. Accorgiamoci poi, a fine pasto, schifati da quello che abbiamo voracemente assalito, masticato e incorporato, che è già tutto finito. Che è già tutto passato. Che siamo di nuovo pieni per finta. Perché non ci siamo nutriti, ma abbiamo assecondato ancora una volta l’illusione che il vuoto sparisca insieme all’appetito, ingozzandosi di cose. Ma il vuoto torna, insieme al caffè. Proprio quando credevi di avercela fatta a placare la tua atroce smania di nuovi piaceri, torni a sentirti incompleto, ma con lo stomaco gonfio. Ed è lì che ti rendi conto che stai continuando a riempire la scatola sbagliata. Che stai continuando a soddisfare soltanto il tuo bisogno di soddisfarti. Che stai continuando a sfamare i tuoi desideri, ma non le tue necessità. I ristoranti all you can eat sono esattamente quello che siamo. Persone vuote che si riempiono troppo. Persone vuote che si riempiono male.

15 commenti

  1. Una delle migliori cose che abbia letto online negli ultimi tempi, davvero, per quanto ‘banale’ come idea di partenza sei riuscito ad eviscerare problematiche profonde, grazie!

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  2. “Ed è lì che ti rendi conto che stai continuando a riempire la scatola sbagliata.”
    Questa frase in particolare ha fatto riemergere in me dei ricordi ben precisi e mi è sembrato di rivivere le stesse sensazioni dell’epoca. Quella sensazione di vuoto e delusione che perpetua, nonostante i tentativi di attenuazione mediante mezzi poco adeguati ma anche la consapevolezza e la presa di coscienza. Amo tutto ciò che è scritto e poesia e che mi lasci qualcosa, come in questo caso.

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  3. E io che pensavo fosse una denuncia/riflessione su quello che c’è dietro, sulle organizzazioni oscure che possono offrire prezzi così bassi, rispetto alla quantità, e lucrando ovviamente a scapito della qualità..
    E invece trovo una pseudo riflessione pseudo finto analitica sulla nostra, presunta, natura.
    Quanta inutile prosopopea. Io ci vado una volta all’anno, come migliaia di altri, e non mi sento affatto vuoto o insaziabile.
    Ogni scelta è una scelta, nessuno ci obbliga.

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  4. La vera domanda è, come si può tornare dal lato di chi si abbuffa, dopo aver preso consapevolezza? Anzi, non basta aver preso consapevolezza….come fai a diventare quel tipo di persona superficiale e menefreghista (perchè di questo in fondo si tratta) quando, per sfortuna a sto punto, non lo sei? Io vorrei diventarlo, sono convinta che ormai il fregarsene porti alla serenità mentale.

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  5. Il bello dei tuoi testi è che parti sempre da concetti molto banali e riesci ad analizzare su di esso dei pensieri molto profondi, potrebbe sembrare facile ma non lo è affatto. Non è il mio preferito tra i tuoi scritti ma mi piace comunque 🙂 ☆

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  6. ciao dario, condivido pienamente cio che dici. penso che debba esserci piu qualità che quantità. non possiamo piu mangiare cio che viene preso dai mammiferi, sopratutto vacche e suini che stanno distruggendo il pianeta. ti vorrei consigliare di vedere cowspiracy e di leggere il XV LIBRO delle metamoforsi di Ovidio in cui si parla del vegetarianesimo di Pitagora. secondo me dovremmo smetterla con i piagnistei e agire per il bene comune. la vera scatola da riempire è la nostro mente.

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