AI PRIMI DI SETTEMBRE

Appoggio il piatto sulla tavola nuda. Sposto la sedia indietro, inclinandola leggermente con la mano, facendola stridere contro il marmo. Il rumore duro si sovrappone ai titoli del telegiornale. Mi lascio cadere a peso morto, sbattendo le scapole sullo schienale di legno, quasi cadendo dall’altra parte. Mi sistemo e guardo giù, come se il collo non mi sostenesse la testa. Muovo la forchetta nella pasta, privo di forza, sfiancato, come prima di svenire. Mescolo ipnotizzato, portando sotto quello che sta sopra e sopra quello che sta sotto, senza scopo. Il sugo in scatola, ribaltato nel piatto così com’era, freddo di frigo, spegne lentamente il fumo trasparente che si alza sotto gli occhi. Infilzo senza guardare, piegando solo il polso, tenendo debolmente la forchetta tra il pollice e l’indice. Colpisco ripetutamente il bordo del piatto, ci affondo dentro. Prendo il bicchiere di plastica davanti a me e lo riempio a metà, piegando la bottiglia impregnata della colla dell’etichetta strappata via. Strappato via è come mi sento adesso. Prelevato con la forza e scagliato giù per un burrone infinito. Mi striscio un pezzo di carta sgualcito sulle labbra, anche se non c’è nulla da pulire. Fuori passa qualche macchina, facendo quel rumore che fanno le macchine quando passano fuori, come una veloce ventata che striscia sull’asfalto. Ceno da solo, ai primi di settembre. Un piatto di pasta condita male sotto, una giornalista che parla davanti e la sensazione lacerante di aver appena lasciato qualcosa che non tornerà, intorno. Ceno da solo, ai primi di settembre, con l’angoscia che si accosta perfettamente al sugo in scatola freddo di frigo, sopra una tavola senza tovaglia, senza persone, senza parole. Ai primi di settembre siamo ultimi, come sconfitti dal tempo esaurito. Siamo superati, surclassati, sbaragliati da quell’incontrastabile senso di fine che ci stringe il collo fino ad impedirci anche di urlare. Siamo scaduti, sperduti, scomparsi. Ai primi di settembre siamo sbagliati. Con quell’imprecisa e disperata certezza di aver appena perso quello che avremmo dovuto tenerci stretto. Ai primi di settembre siamo ostaggi del tempo, con la pistola puntata alla tempia. Ceno da solo, in una stanza desolata. Ogni boccone mi s’incastra nella gola, mi strozza, non scende. Nulla sembra facile, nulla sembra mio. I mobili, i muri, le porte, il divano, non li riconosco. Non mi riconosco. Mi sembra di non sapere chi sono, in casa mia. Ai primi di settembre non sai mai chi sei, non ti senti mai a casa. Ti sembra di vagare anche nei posti dove stai tutto l’anno. Ti sembra tutto poco chiaro, sfocato, confuso. Vedi tutto come ti senti. Fuori posto. Fuori luogo. Fuori tempo. Lascio cadere la forchetta dentro al piatto, butto fuori l’aria dalla bocca, mi sbilancio all’indietro facendo dondolare le braccia sotto al tavolo. La giornalista parla, ma io vedo soltanto una bocca muoversi. Mi guardo intorno. La poltrona antica, il quadro con le facce, la libreria storta, il tappeto con le curve, la foto sulla mensola. Tutte le cose con cui vivo non le capisco più. Non sono a casa. Non sono al mio posto. Non sono da nessuna parte. Mi alzo, mi cerco. Apro le ante, i cassetti, le porte, le vie di fuga dall’abbandono, non mi trovo. Rimango immobile. Torno a sedermi. Ceno da solo, ai primi di settembre, nella mia malinconica disintegrazione.

20 commenti

  1. Sono concorde. Come se l’estate fosse stata soltanto frutto della tua fervida immaginazione e all’improvviso ti ritrovi catapultato nella realtà.
    Ti restano soltanto una tenue abbronzatura, le notti afose passate insonni e leggeri ricordi di belle giornate.
    Una bizzarra consapevolezza di cui non si è consci mentre si è sotto il sole estivo. Come se l’estate stata fosse estromessa dall’anno, un universo parallelo in cui vivi per qualche mese e alla fine della fiera cerchi soltanto qualcosa in cui riconoscerti, dall’oggetto più quotidiano al gesto più meccanico e naturale, qualcosa che ti permetta di dire che sei intero e sei davvero tu, nonostante settembre.
    Un processo di straniamento.
    O forse mi sbaglio io.

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  2. Adoro il modo in cui scrivi.
    E adoro il fatto che tutto per te sia fonte di ispirazione; prendi un argomento di tutti i giorni e ne trai dei brani che ti commuovono, ti fanno riflettere o ti ci fanno rispecchiare completamente.
    Sinceri complimenti.

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  3. I primi di settembre sono stati sempre i più odiati. Ti buttano giù, ti scaricano completamente come la batteria del cellulare. Però nonostante tutto, settembre ci vuole. Ci vuole come mese per svegliarti, come quando la mattina ti lavi la faccia con l’acqua fredda. All’inizio odi la sensazione perché è fredda, gelida, ma allo stesso tempo ringrazi perché almeno ti ha svegliato. Ti ha svegliato dai ricordi dell’estate

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  4. Molto forte, sicuramente rende ciò che vuoi trasmettere. Ora, non sono un critico, e non mi ritengo all’ altezza di commentare, soltanto il termine “infilzo” mi ha un po’ destabilizzata, per il resto mi ha coinvolto molto

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    1. a me ha trasmesso un senso di naturalezza invece, forse perché nella mia vita di tutti i giorni lo uso molto come termine, di conseguenza mi ricorda proprio quel preciso momento in cui senti i denti della forchetta affondare dentro la pasta e non vederla sgusciare via dagli spazi, ma proprio la intrappoli e tu allora pensi proprio alla parola infilzare, al suo suono così analogo e anche fastidioso come la parola “ammazzare”, ma è proprio questo il punto: il suono che senti lo associ al significato della parola, ed è quello che ti da fastidio. Infilzare significa trapassare il corpo di qualcuno con una lama, bastone o spada ed è ciò che si fa con la pasta.
      la infilzi perché in quel momento è tua e non deve andarsene. rispecchia proprio il classico gesto fatto con peso morto.

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  5. Il modo in cui descrivi le azioni, insieme alle sensazioni, mescolandole tra loro, mi affascina, come anche il modo in cui passi dall’ io al noi: le tue sensazioni diventano sensazioni condivise dai lettori, vissute anche, nello stesso tempo e allo stesso modo, da loro. Complimenti 💗

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  6. Io vivo i primi di settembre come una metamorfosi ,non ć è nulla dove io possa riconoscermi perche ho una nuova pelle , sto vivendo un emozione nuova e ho nuovi pesi più pesanti delle afosi notti insonni.quindi allo specchio vedo una sconosciuta ,che imparerò a conoscere

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  7. Un pomeriggio d’estate hai raccolto una manciata di sabbia i cui granelli sono scivolati via tra le dita.
    Amarezza, sconfitta, sensazione di abbandono. É tutto un lasciarsi trasportare dallo scorrere del tempo che, inesorabilmente, non si ferma neanche per un secondo. Magari pensi a come fermarlo, lo so. Forse rifletti a quanto bello sarebbe tornare indietro, certo. Ma non puoi.
    Sei solo lì, come intrappolato, e ti senti “sconfitto dal tempo esaurito” arrendendoti a un susseguirsi di azioni meccaniche e ripetute, fredde, non ragionate.
    Tutto ha un inizio e una conclusione, Dario.
    Eppure, come ti lasci qualcosa alle spalle, “sbaragliato da quel senso di fine”, qualcos’altro é proprio lì, davanti a te, in attesa solo di essere scoperto, assaporato, vissuto.
    Tenersi stretto le cose. Perché? Le hai sperimentate, sono già tue e faranno sempre parte di te: questo sei tu. Vivi di momenti che ti cambiano, di attese, di attimi che ti lasciano dentro un’impronta del loro passaggio, e di altre attese. Sei un essere in movimento, in costante evoluzione. Chi sei? Sei tutto ciò che hai vissuto, sei tutto ciò che vivrai.
    Ai primi di settembre puoi solo ed inevitabilmente andare avanti, perché tu, come il tempo del quale ti senti ostaggio, non ti fermi mai.
    Non ti resta quindi che scavare dentro di te e capire che quel posto nel mondo dove potrai sentirti a casa non é un luogo fisico e non contiene oggetti al suo interno. Non ci sono mobili, non é circondato da muri, non possiede porte e non ha un divano. E nemmeno una poltrona antica, un quadro con le facce o una libreria storta.
    Ci si attacca a cose statiche, ma siamo individui dinamici; ci si affeziona a cose materiali e ad attimi fuggenti, effimeri, che smettono di esistere nello stesso istante in cui li viviamo, noi, che invece siamo ancora qui, ora.
    Un pomeriggio d’estate hai raccolto una manciata di sabbia, un frammento di tempo che, quando scosti leggermente le dita, scivola via come piccoli granelli di sabbia.
    E i primi di settembre non ti resta altro in mano che un rimasuglio di sabbietta, quella che é rimasta intrappolata nelle pieghe della dita, quella che ostinatamente resiste e resta attaccata alla tua pelle. Quando hai ancora qualche granello in mano, sono già arrivati i primi di settembre, “momenti di passaggio che sono tutto e niente. Momenti di inconsistenza pura. E ti fanno bene almeno quanto ti inquietano”, ricordi?
    Tutto ha un inizio e una fine, Dario. Quello che ti sei lasciato alle spalle, quel sugo in scatola freddo di frigo, il tuo sentirti strappato via, la tua malinconica disintegrazione. E lascerà lo spazio a qualcosa di nuovo, di diverso. É il bello dell’ignoto.
    Comunque non sei solo. D’altronde, chi altri al mondo se non un te alla ricerca di sé stesso può essere la tua miglior compagnia?

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  8. Spesso sento quasi il bisogno di leggere qualche tua produzione. Prediche scrivi cose così vere, così naturali, descritte in modo così simile a quello che posso vivere anch’io, che sento le sensazioni che scrivi addosso. Sei un ottimo scrittore. Dovresti scrivere un libro, oppure un’insieme di poesie. Sarebbe qualcosa di fantastico

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