QUEI GRADINI

Quando cammino per la strada e piove mi sembra tutto diverso.
È come se non fossi più solo. Mi sento accompagnato. Se ci fosse il sole sarebbe un’altra cosa, sarebbe peggio. Se ci fosse il sole contrasterei. E invece così, muovendomi sotto la pioggia, con il cappuccio tirato su che mi copre la fronte e la sciarpa stretta attorno al collo che quasi mi soffoca, mi sento capito. Questo tempo sono io. È grigio come me, che rimango sospeso tra i ricordi e il presente, tra la voglia di tornare dove sono già stato e il bisogno di trascinarmi altrove. Con la pioggia sembrano tutti più spenti, proprio come me. Si coprono tutti, proprio come faccio io. Cammino veloce, schivo le pozzanghere, schivo le persone che guardano in basso per schivare le pozzanghere. Passo davanti al solito bar, con la solita gente che fuma appoggiata ai tavoli di metallo, passo davanti alla piazza dove da piccolo ho trovato i miei primi soldi per terra, passo davanti alla via in cui sono inciampato e mi sono rotto il braccio qualche anno fa. Passo davanti all’edicola dove compravo le figurine con mio nonno, al cinema dove ho baciato la mia prima ragazza, alla gelateria dove ho fatto cadere il gelato sul pavimento. Passo davanti a quei gradini dietro alla chiesa. Inchiodo. Mi passi davanti tu. Faccio un passo indietro, scivolo, mi aggrappo al palo della luce, rimango in equilibrio, non cado. Non sarei dovuto passare da qui. Non sarei dovuto passare da qui, ma non l’ho voluto io. Dovevo fare un’altra strada e passare davanti a qualcos’altro. Non a te. Però mi ci sono ritrovato qui, davanti a quei gradini. Quei gradini dove siamo stati seduti a raccontarci chi siamo, tutta la notte, con la gente che ci passava davanti e ci guardava di sfuggita. Ora sono io a guardare verso quei gradini. Ora sono io a guardarti. Quei gradini dove siamo sempre tornati insieme, almeno una volta al mese, perché tornare dove si nasce serve a nascere da capo, perché su quei gradini avevamo deciso di creare il nostro mondo, le nostre leggi, i nostri confini, le nostre case, le nostre cose. Ti guardo, senza che tu mi veda, senza che tu lo sappia, come quella sera, quando ti sei alzata da quei gradini per andare a prendere una birra al bar qui di fronte. Ti ho guardata per tutto il tempo, anche attraverso la vetrina, in mezzo alla gente, perché in fondo quella birra volevo essere io. Volevo mi venissi a prendere. Forse mi avevi già preso, ma io continuavo ad aspettare una conferma. Volevo essere scelto da te, come quella birra, tra tante altre. Ora sono qui, e pesto dei vetri di bottiglia rotti con la scarpa destra. Non avrei dovuto, ma non l’ho voluto io. Sono qui perché mi ci sono ritrovato, per caso, anche se non ci credo nemmeno io. Ormai ci sono, non posso farci nulla, non posso voltarmi dall’altra parte, non posso far finta di non averti visto, non posso passare qui davanti senza fermarmi. Quei gradini siamo noi, seduti vicini, a bere una birra, a parlare di quanto sia bello rimanere in città mentre tutti vanno in vacanza. Le strade vuote, le luci spente, gli uffici chiusi, quell’aria di niente sparsa in giro, quel sapore di stallo, di tempo paralizzato. Paralizzato come me. Quei gradini non posso evitarli, perché ci sei tu lì, dove prima stavo anche io. Quei gradini…
– Scusa! Non volevo prenderti contro!
– Eh? Cosa?
– Dico…scusa, piove, non ti ho visto!
– Ah…no tranquilla, non me ne sono neanche accorto.
– Tutto bene? Perché sei qua in mezzo a fissare il vuoto sotto la pioggia?
– Quei gradini.
– Ehm…sì, quei gradini…è uguale, sempre vuoto rimane!
– Noi stavamo sempre lì seduti.
– Ok…non sono fatti miei. Scusa ancora comunque, buona giornata!
– No, aspetta. Fermati, un secondo!
– Non ho molto tempo, cosa c’è?
– Ma io e te ci conosciamo?
– Hmm, no! Direi di no…ti ho sbattuto contro un minuto fa e non te ne sei nemmeno accorto. Stavi lì immobile, tipo in trance, tipo un lampione con la giacca, ecco!
– Ah, scusa. Ero soprappensiero, a volte mi capita.
– Capita a tutti credo. Cioè…non sotto la pioggia, in mezzo alla strada, davanti a dei gradini di una chiesa. Ma capita a tutti…credo.
– Dove stai andando?
– Non credo sia il caso di dirtelo…in effetti non so neanche perché stia parlando con te. Sei un tipo stano incappucciato che stava fissando il vuoto sotto la pioggia fino a poco fa. Potresti essere un assassino. Non uccidermi, per favore!
– Ucciderti? No. O almeno, non qui. Non mi sembra il luogo adatto, potrebbero esserci dei testimoni scomodi. Dopo dovrei uccidere anche loro e da semplice omicidio potrebbe trasformarsi rapidamente in una carneficina.
– Stai scherzando?
– Sì, certo. Questo luogo va più che bene. Ucciderti altrove, ora che mi hai scoperto, è molto più rischioso che farlo qui, anche se qualcuno potrebbe vedermi. Potresti scappare urlando, dovrei inseguirti, attireremmo l’attenzione. Ti uccido qui.
– Veramente avrei da fare, se possiamo rimandare…
– Certo…che no! Andresti a subito a denunciarmi e sarei finito ancora prima di aver finito con te. È molto sconveniente rimandare ora, almeno per me. Non pensi?
– Non posso denunciarti. Sei incappucciato, piove, ti vedo solo la faccia, gli occhi…non so nemmeno come ti chiami. Potrei andare a segnalare che un pazzo ha minacciato di uccidermi, questo sì, ma avrei poco altro da aggiungere. Non pensi?
– Lì c’è una telecamera, vedi? Punta dritta verso di noi. Prima ero voltato, anche con il cappuccio mi ha sicuramente ripreso nitidamente la faccia. A loro basta quello per scoprire chi sono. Però dipende tutto da te. Credi di poterli convincere a controllare una telecamera di sorveglianza soltanto perché qualcuno ti ha minacciato? E soprattutto, credi di poterli convincere che quel qualcuno nei filmati ha veramente minacciato di ucciderti anche se non ha fatto nessuna mossa compromettente per tutta la conversazione?
– Beh, una volta alle superiori ho convinto mio padre che la scuola dovesse rimanere chiusa per una settimana perché era esplosa la macchinetta del caffè nell’atrio principale
– E i giornali?
– I giornali?
– Non dissero nulla i giornali? Scoppia una macchinetta del caffè nell’atrio di una scuola superiore e manco un articolo? Un servizio della tv locale? Una protesta dei genitori che chiedono più sicurezza per i propri figli minacciando pesanti azioni legali verso l’azienda che ha installato la macchinetta?
– È chiaro che non sei mio padre…
– È chiaro che non lì convinceresti mai delle mie intenzioni omicide.
– Va beh, adesso però devo andare sul serio. Quindi, se vuoi uccidermi, fai in fretta almeno avrò una scusa valida per non essere andata a lezione di chimica oggi. Niente sensi di colpa!
– No, per stavolta ti risparmio. Anche perché forse è peggio una lezione di diritto costituzionale…
– È sicuramente peggio una lezione di chimica!
– Appunto. Buona lezione, allora. Grazie per avermi detto di avermi sbattuto contro.
– Grazie a te per non avermi già ucciso…e comprati un ombrello, quando hai tempo!
– La pioggia mi piace.
– Tu non stai bene!
E se ne va. Ma come ho fatto a non accorgermi minimamente che mi aveva preso contro? Davvero, nulla, niente, zero. Quei gradini mi hanno ipnotizzato, come ogni volta. Giulia, la vedevo, come sempre. Cazzo, non le ho chiesto come si chiama, non ho il suo numero. La rincorro? La seguo? No, no, aspetta, fermo. Poi penserà veramente che voglio ucciderla. Si metterebbe a correre, scapperebbe per davvero. E farebbe bene, in fondo non ci conosciamo e io non mi sono presentato proprio benissimo. L’ho già persa di vista, dov’è andata? Va beh, non è il momento di andarla a cercare. Ho fatto questa strada senza nemmeno rendermene conto, senza nemmeno pensare a cosa sarei inevitabilmente passato davanti, anche se in un certo senso lo sapevo. Nell’ultimo mese sono finito davanti a quei gradini almeno cinque volte, e non va per niente bene. Sono qui perché la mia testa mi ha tradito e il corpo le ha dato retta, di nuovo. Ma forse oggi, più di tutte le altre volte, dovevo essere qui. Oggi dovevo tornare qui a stare male, sotto la pioggia, incappucciato, a immaginarmi Giulia come se fosse ancora lì con me, seduta, al suo solito posto, sul terzo gradino. Oggi dovevo tornare qui a farmi prendere contro da quella ragazza. Non sono qui per caso. Ma forse è per caso che lei mi è venuta addosso. O forse era scritto? Forse era previsto. Un imprevisto previsto. Non lo so. So soltanto che non le ho chiesto come si chiama e non ho il suo numero. Sono il solito coglione. Ora come la cerco? Ora come la trovo? Ora come faccio a sbatterci contro io? Devo andare a cercare quella ragazza. Quei gradini.

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8 commenti

  1. Mi piace molto il tuo modo di scrivere, di raccontare, di riflettere. Mi ci ritrovo molto. Pensi di fare un continuo? Anche se così lascia spazio all’ immaginazione. Spero di leggere un tuo libro un giorno.

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  2. I tuoi gradini sono il mio treno che prendevo per stare con un ragazzo con cui uscivo tempo fa. Ogni volta che ci salgo mi viene il magone oppure un sorriso a 32 denti. Sarà per quello che ora per andare lì per qualsiasi motivo prendo la macchina. Chi lo sa.

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  3. Se è tutto scritto ci sarà un nuovo imprevisto previsto. Uno scontro, tra 1 mese, 1 anno, 10 anni. Sarai libero, impegnato… ma se deve succedere, succederà.
    La vita è un’avventura e questi sono quegli attimi che testimoniano il nostro breve avvenire sulla terra.. attendi l’avvenimento senza troppe domande e sii certo di quel che accadrà.

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  4. Il bello della pioggia è che fa emergere il vero essere delle persone , perché sotto di essa non possiamo fingere . Ci fa confrontare con le parti più profonde del nostro essere .
    Tutti abbiamo i nostri momenti di pioggia e sono parti della vita che mi tengo molto strette perché mi hanno permesso di conoscermi al meglio

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