QUEL GIORNO ERO VIVO

Tornando a casa non ho fatto altro che pensarci. Credo di non aver mai smesso, forse soltanto per qualche secondo, il tempo di chiedermi quale fosse la canzone giusta da ascoltare, scorrere velocemente la libreria di Spotify e poi scegliere sempre la stessa, la mia preferita, la solita, quello perfetta per quando stai male e bene nello stesso momento. Me ne stavo appoggiato con la fronte sul vetro del finestrino a non guardare niente di preciso fuori. Stavo bene come non ero mai stato prima. Non mi preoccupavo nemmeno della gente che avevo intorno, della persona seduta nel sedile di fianco al mio, cosa che faccio praticamente sempre quando sono sull’autobus, o in un qualsiasi altro mezzo pubblico. Mi perdo spesso nei gesti e nelle parole degli sconosciuti, gioco involontariamente a immaginarmi le loro vite, in particolare quella di chi mi sta seduto vicino, le volte che ho la sfortuna di avere qualcuno seduto vicino. Però quel giorno non mi importava nulla di nessuno. Mi sentivo talmente bene su quell’autobus che nemmeno mi accorgevo dei rumori del traffico, della gente che urlava al telefono, del tipico odore di schifo che c’è sui mezzi pubblici. Quel sedile duro come il cemento era una poltrona calda in cui affondare dolcemente. Era come se fossi avvolto dalla mia euforia, isolato da ogni fonte di disturbo, staccato dal mondo circostante. La mia testa non cercava distrazioni per ingannare l’attesa di arrivare, era già abbastanza occupata, era già abbastanza piena per desiderare la vita di uno sconosciuto su cui fantasticare. Avevo fatto centinaia di volte quel tragitto ma non l’avevo mai fatto come quel giorno. Mai con quel sorriso accennato in faccia di cui quasi desideravo la gente si accorgesse, mai con quella sensazione di aver trovato esattamente quello che cercavo, mai con quella voglia travolgente di arrivare a casa per pensarci ancora più forte, ancora più a fondo, ancora più a lungo, da solo. Di solito si cerca subito qualcuno a cui raccontare le cose più belle, ma io volevo soltanto sdraiarmi sul letto, spegnere tutte le luci, girare la chiave della porta e perdermi dentro quello che avevo appena vissuto. Godermi tutto. Volevo soltanto godermi tutto. Lasciarmi andare al marasma di sensazioni sovrapposte che mi sentivo addosso. E così ho fatto quando sono arrivato a casa, anche se avrei voluto che quel giorno il viaggio sull’autobus durasse più dei soliti venti minuti. Invece è durato molto meno. O meglio, è durato come al solito, ma ero talmente da un’altra parte con la testa che quei soliti venti minuti mi sono sembrati il tempo di una sola canzone. Dopo aver prenotato la fermata per scendere, mi sono alzato e sono scivolato tra le persone, senza dover spingere nessuno, senza ricevere o assestare nessuna gomitata per farmi largo, come se ci fosse una strada verso l’uscita apposta per me, disegnata tra i corpi accalcati in piedi. Avevo il mio spazio, dentro e fuori. Sentivo di averlo finalmente trovato. Appena sceso dall’autobus mi sono messo a camminare e ad ogni passo mi sembrava di stare meglio del passo prima. Faceva un freddo cane, c’era un vento ghiacciato che ti si rompeva contro, il traffico che premeva, la gente che si spostava nervosamente lungo il marciapiede parlando al telefono, fumando sigarette. Eppure non dovevo evitare nessuno, il freddo non mi raffreddava, il suono dei clacson non lo sentivo, la gente al telefono mi sfumava affianco. Ero immune a tutte le cose che fino al giorno prima mi facevano aprire la porta di casa con la faccia di uno che non vede l’ora di lasciarsi alle spalle l’ennesima giornata di merda. Quel giorno non volevo lasciarmi alle spalle niente. Volevo godermi tutto. Quel giorno avrei voluto ricominciarlo da capo cento volte, se avessi potuto. Sentivo come un bisogno incontrollabile, invadente, viscerale, di fantasticare sul futuro, su tutto quello che sarebbe potuto succedere da quel momento in avanti. Mi era successo di ritrovarmi sopraffatto dall’immaginazione, di proiettarmi in delle situazioni future che avrei voluto vivere, di costruire storie assurde dove ero il protagonista indiscusso e ogni cosa andava come volevo andasse. Mi era successo, certo, ma mai così intensamente come quel giorno. Mai in maniera così nitida, trascinante, incredibilmente reale. Non si trattava soltanto di fantasie assurde, progetti d’evasione, di fuga, di felicità. Quelle che mi giravano nel corpo e nel cranio, quel giorno, erano bombe nucleari. Esplodevano. Il loro effetto si diramava ovunque. Dentro, fuori, intorno. Esplodevano. Ed io esplodevo con loro. In ascensore mi sono guardato allo specchio senza mai staccare lo sguardo dai miei stessi occhi per tutti e quattro i piani. Era come se non mi credessi. Era come se non credessi a quell’energia che mi stava percorrendo fino a farmi sentire diverso. Sognavo ad occhi aperti e non avevo mai saputo cosa significasse prima. Prima di quel giorno. Dopo essere entrato in casa mi sono tolto la giacca, l’ho appesa sull’attaccapanni dell’ingresso, ho accarezzato il gatto e sono andato in cucina a prendere una bottiglia d’acqua dal frigo. Ho bevuto dal bicchiere, appoggiato sul tavolo, guardando fisso il vuoto, ridendo e facendo “no” con la testa tra un sorso e l’altro. Poi sono andato direttamente in camera mia, ho chiuso la porta, ho collegato il cellulare alle casse e mi sono sdraiato sul letto senza nemmeno togliermi i vestiti di dosso. Non riuscivo a smettere. Ero travolto, preso, perso. Dopo qualche minuto sul letto a fissare il buio, ho quasi iniziato ad avere paura. Perché ho cominciato a sentire l’incompletezza stringermi. Un senso di vuoto dilagante mescolarsi a quel senso di soddisfazione elettrizzante che si era propagato in ogni angolo del mio corpo, che se n’era impadronito per tutto il tragitto in autobus. Ho cominciato a sentire un senso di vuoto sconosciuto, come il sapore di una mancanza, di un’attesa piantata prepotentemente nel petto, l’accenno di una necessità vitale. Dovevo tornare dove erano nate tutte quelle sensazioni. Ho abbassato la musica. Potevo sentirmi respirare. Erano respiri profondi, più del normale, erano respiri veri. Non ero mai stato così. Mi sono tirato su di scatto dal letto. Volevo tornare fuori, in strada, ma non trovavo le chiavi. Le lascio sempre nello stesso punto del tavolo, così so sempre dove trovarle. Ma quel giorno non erano lì. Mi sono voltato e le ho viste abbandonate sull’angolo più lontano del letto. Ce le avevo lanciate sopra senza accorgermene neanche, poco prima di lanciarmici anch’io. Le ho prese, sono uscito, sono corso, sono scappato. Sono andato. Ero a casa da nemmeno dieci minuti ma non riuscivo più a stare lì, come se niente fosse. Quel giorno era tutt’altro che niente, perché stava succedendo tutto. Non riuscivo a contenermi, credevo di voler restare sdraiato nel mio casino a immaginarmi quello che avrei dovuto e voluto fare ma no, non era così. Ero improvvisamente diventato imprevedibile. Io che mi ero sempre previsto nelle reazioni, che conoscevo le conseguenze su di me di quasi ogni singola causa. Io che programmavo, calcolavo, controllavo sempre. Quel giorno era come se non mi conoscessi più. Quel vuoto poi, subentrato di colpo all’euforia, mi aveva colto alla sprovvista. Mi aveva colpito alle spalle, mi si era conficcato all’interno, nel torace. Tremavo. Volevo e dovevo muovermi. Avrei voluto mettermi a correre in mezzo alla strada, fregandomene. Stavo bene ma contemporaneamente sentivo di non bastarmi. È quella la sensazione che mi stava nutrendo e sgretolando allo stesso tempo. Non me la scorderò mai. Sentire di non bastarsi. È lì che si crea il bisogno di andare fuori, di correre, di andare via non si sa dove. Era il vuoto più bello che avessi mai vissuto nella mia vita. Faceva un male cane, mentre mi cullava lentamente. Mi svuotava e mi riempiva. Era un vuoto paradossale, unico. Era un vuoto pieno. Quel giorno il mio vuoto era pieno. Quel giorno ero vivo. Ero vivo grazie a lei.

8 commenti

  1. La gioia, quella grezza e primitiva, è dolorosa. È così totalizzante che annulla ogni altro stimolo e non riesci a pensare ad altro, non vuoi pensare ad altro. Il tempo si dilata, o meglio, non ha più importanza. Possono passare cinque minuti, come due ore. Percepisci chiaramente una scossa attraversare il tuo corpo. Si forma una voragine dritta nello stomaco che si espande e produce un’energia irresistibile. Vorresti farti inghiottire dal vuoto e nutrirti per sempre di esso. Eppure ti sta dilaniando. Perché, come hai scritto tu, è un vuoto pieno, anzi stracolmo. Non ti lascia via di scampo, eppure va bene così.

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  2. Spero che lei abbia letto questo brano. È una delle dichiarazioni d’amore più belle che abbia mai letto. L’ultima frase la rende tale. Ma può essere considerato anche amore verso te stesso e le tue nuove consapevolezze. Non fa mai male.
    Mi hai fatto venir voglia di innamorarmi ancora. Peccato che allo stesso tempo ti venga lo spavento per questo vuoto che ci sostiene e ci consuma allo stesso tempo.

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  3. Bellissimo… oltre a trasmettere perfettamente ogni singola emozione sei riuscito a descrivere una sensazione che io ho provato molte volte. Complimenti.

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  4. cavolo dario, ho quindici anni, diciamo che normalmente preferisco leggere fanfiction, libri fantasy o eccezzionalmente smielati, ma con te è completamente diverso. tutto ciò che scrivi è meglio di moltissimi libri che ho letto (e ne leggo di libri eh). non so, hai qualcosa di speciale. ed è qualcosa di bellissimo.

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  5. Dario, ammetto che prima dell’ultimo salotto di Space Valley non era andata mai a leggere sul tuo sito. Non immaginavo nemmeno scrivessi così, in un modo talmente esplicito e “crudo” che ti fa rimanere col fiato sospeso, in una specie di bolla che si crea tra le parole che scrivi e chi le legge. Adoro scrivere, scrivo perché mi piace e perché mi fa stare bene, ma amo anche leggere quello che hanno da dire gli altri. In questo caso adoro davvero il modo in cui esprimi te stesso attraverso le sensazioni che ci vuoi “dipingere” davanti agli occhi. Complimenti! 👏🏻👏🏻

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