È LA MIA FERMATA

Chissà se adesso sta bene.
Non so per quale motivo me lo chieda di continuo, non credo neanche mi interessi davvero, però so che vorrei saperlo. Vorrei soltanto saperlo. Chissà se adesso sta bene. Ora che non ci parliamo più, al massimo ci spiamo, convinti che qualche foto possa bastare per intrometterci nelle nostre vite. Vorrei vederla un’altra volta. Vorrei che ci incontrassimo per la strada in uno di quei giorni in cui non c’è il sole ma non piove nemmeno, uno di quei giorni neutri, grigi, anonimi, che se ne stanno a metà, quando non sai bene come vestirti, come sentirti, dove andare. Vorrei che mi passasse di fianco e che abbassasse lo sguardo vedendomi, cercando di aggirarmi come se fossi un imprevisto, una buca sull’asfalto, per non cadere, per poi trovarsi pochi minuti dopo esattamente sul mio stesso autobus vuoto, a due sedili di distanza, come se incontrarsi fosse scritto, dovuto, necessario.
Io probabilmente mi avvicinerei lentamente, senza farmi vedere, dopo averci pensato un po’ su, in silenzio, come uno qualsiasi, come uno di quelli che viene a chiederti indicazioni, per andarle a chiedere se sta bene. Soltanto quello. Ma la risposta non me la posso immaginare. E non so nemmeno quale risposta voglio immaginarmi. Forse nemmeno mi guarderebbe negli occhi, nemmeno mi chiederebbe di ripetere la domanda come si fa quando hai capito benissimo ma sei disorientato da quello che ti hanno chiesto. Forse lo capirei subito come sta, soltanto avvicinandomi. Proprio come succedeva prima, quando mi bastava un tono di voce, un gesto, un movimento, per conoscere, per sapere, per capire. Ma forse adesso no, non ne sarei capace. Forse adesso dovrei sentirmelo dire, forse adesso dovremmo parlare come all’inizio, come le prime volte, quando ci vedevamo e senza ancora saperlo stavamo costruendo quello che un giorno saremmo diventati. In fondo conoscersi è sapersi dedurre. Sapersi leggere nelle parti che gli altri non leggono mai, perché non vogliono, perché non riescono, perché non possono. Dopotutto stare insieme è potersi intuire. Concedersi quella libertà, prima di tutte le altre. Noi eravamo completamente guidati dall’intuito. Ci capivamo e basta. Era già tutto chiaro, evidente. Non serviva chiedere permesso per entrarsi reciprocamente nelle idee. Entravamo e basta. Ed era tutto lì, sotto e dentro i nostri occhi, nei nostri gesti, nella forma delle nostre azioni. Stare insieme significava scoprirsi ogni volta senza nessuno sforzo, senza sfondare nessuna porta. Spiegarsi senza darsi spiegazioni. Eravamo essenziali. Sintetici a parole, espansi tutt’intorno.
Ora vorrei che il caso ci mettesse davanti per sapere se sta bene.
E se non proprio davanti, almeno sullo stesso autobus. Che poi è solo una scusa per vedere come ci siamo ridotti, cos’è rimasto dopo la nostra sconfitta. Non mi risponderebbe. Si alzerebbe e se ne andrebbe, sfiorandomi per dirmi di lasciarla andare. La guarderei sfumare dietro alle porte mentre si chiudono. Non farei nulla, non cercherei di fermarla, non la inseguirei. Tornerei al mio posto a guardare le macchine e la gente che passa fuori, con la fronte schiacciata contro il finestrino gelido. Mi farei bastare quell’andarsene come risposta. Ci rifletterei su e dopo qualche ora forse starei meglio. Sicuramente meglio di ora, che non ho niente su cui riflettere, nulla di solido a cui aggrapparmi. Ora che non ho veramente nulla, a parte una domanda che mi perseguita, mentre la malinconia mi ingoia.
Chissà se adesso sta bene.
Chissà se veramente non riuscirei a fermarla mentre si allontana, di nuovo.
È la mia fermata. Scendo.

7 commenti

  1. Adoro questo genere di racconti, molto descrittivi soprattutto sui sentimenti che ognuno prova in questo genere di situazioni.
    Sei riuscito, a mio parere, a fare in modo che il lettore s’immedesimasse nel personaggio del racconto e a far capire la lotta interiore che stava affrontando.
    Complimenti!

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  2. Buonasera. Lo so che non centra niente con l’argomento di cui hai parlato, ma volevo consigliarti “Accendimi” di Frankie Hi-NGR MC, non lo so come mai ma quando l’ascolto penso al tuo modo di esprimerti.
    Buona serata.

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  3. a volte leggerti mi fa quasi incazzare come mi fa incazzare quando qualcuno di prepotenza mi inizia a leggere dentro e capisce tutto e io abbasso gli occhi perché ho paura. Mi fai abbassare gli occhi.

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  4. Ogni volta che leggo uno dei tuoi scritti tremo. Hai una capacità straordinatia di esprimere l’essenza di ció che provi, senza costruzioni ulteriori o inutili imbellimenti, sei ermetico, diretto. Colpisci. Arrivi al cuore di chi ha vissuto le tue stesse esperienze, me compresa. Mi riconosco molto nell’immagine che hai dato ora, una persona non idifferente al proprio dolore e a quello degli altri, ma capace di saper accettare la condizione in cui si trova poichè in parte ha contribuito a crearla. Ti ammiro veramente tantissimo. Mi permetto di dirti che ormai di persone limpide e capaci di usare le parole come fai te, ce ne sono davvero poche. Continua cosi!

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