NON HO SAPUTO RISPONDERE NULLA

Tra di noi qualcosa c’era.
Qualcosa di forte, di trascinante, qualcosa che ti prende sotto in pieno. Qualcosa che ti travolge dalla testa ai piedi. Tra di noi qualcosa c’era e lo sapevamo entrambi, solo non sapevamo come definirlo. O forse non volevamo. In fondo definire è creare un contenitore, una scatola in cui mettere, una posizione precisa.
Noi non volevamo niente di tutto questo, niente di certo, niente di chiaro.
Volevamo soltanto comportarci da liberi e farci trascinare da quello che succedeva.
Volevamo essere tutto e niente, una realtà vaga, che puoi vedere ma che non puoi mettere a fuoco. Volevamo essere noi e basta.
Era questo che ci faceva funzionare: esistere ma non essere niente.
Io spesso mi chiedevo cosa fossimo, ogni tanto ne avevo bisogno, a volte sentivo una necessità dilagante di trovare una nostra concretezza.
Mi sedevo sul divano della sala, di fronte alla finestra che affaccia sul giardino dei vicini e poi, nel buio più totale, con una tazza di caffè bollente in mano, mi facevo una marea di domande. Sapevo benissimo che non avrei mai trovato una risposta da solo, ma mi sentivo di farlo, mi sentivo di chiedermi, di cercare.
Certe volte sentivo un bisogno quasi incontrollabile di sedermi e domandarmi cosa fossimo io e lei. Non ne avevamo mai parlato insieme. Ma come succedeva a me, sono sicuro che anche a lei capitasse di trovarsi in balia del bisogno di darci un nome, uno scopo, un ruolo, un senso.
Perché noi non avevamo un senso.
Ma era bellissimo starsene in quel limbo, tra il siamo tutto e il non siamo niente.
Il dubbio ci cullava, ci accarezzava, ci nutriva di desiderio, anche se di volta in volta tornavamo sulla terra perché la razionalità pretendeva il suo spazio.
Era inevitabile cadere ogni tanto, quando rimanevamo soli, quando eravamo lontani, quando esistevamo a distanza e non avere un modo per classificare il nostro appartenerci l’un l’altro diventava un peso da sopportare.
Eravamo una marea di cose assurde intersecate.
Il nostro legame non sarebbe stato intenso allo stesso modo se avessimo deciso di prendere una direzione netta.
Noi preferivamo vagare, preferivamo restarcene sospesi.
Quando ci vedevamo era stupendo, ma aspettarsi lo era ancora di più.
Il desiderio di incontrarsi anche solo per qualche ora è la cosa più bella che abbia mai vissuto.
Era un desiderio totalizzante.
Mi invadeva al punto tale da farmi perdere di vista ogni altra cosa intorno.
Mi dominava.
Prima di incontrarsi sorridevo a tutti, ero di buonumore, iniziavo discorsi a caso con le persone tanto per parlare. Mi preparavo ascoltando sempre le stesse canzoni a rotazione e poi uscivo di casa con la faccia di uno che sta andando esattamente dove vuole andare.
In macchina tenevo la musica così alta da non sentire il rumore del motore, guidavo con il sorriso in faccia, le mani attaccate al volante.
Mi sentivo vivo quando la aspettavo sotto casa con i finestrini abbassati.
Sapere che sarebbe arrivata mi riempiva.
Quando compariva da dietro alla siepe, apriva la portiera della macchina ed entrava, il suo profumo mi si attaccava addosso, mi circondava.
A volte ci baciavamo a stampo, altre volte ci guardavamo di sfuggita, altre ancora ci dicevamo soltanto ciao, poi giravo la chiave e partivo subito.
Non c’era una regola, non c’era uno schema, non era mai uguale.
Il nostro primo saluto non era mai niente di visibilmente caldo. Era timido, distaccato, riservato, impregnato delle ore passate ad aspettarsi da lontano. Era teso.
Non sapere cosa fossimo ci piaceva perché ci spiazzava.
Quando ci vedevamo nei primi minuti sembravamo quasi imbarazzati, quasi due che non si erano mai visti prima, due che erano lì per caso, nella stessa macchina, nello stesso momento, con la stessa sensazione.
Sarà che l’attesa di incontrarsi era talmente profonda da mandarci in tilt quando ci incontravamo davvero.
Non ci vedevamo così spesso, non più di una o due volte a settimana.
Sullo sfondo dei nostri incontri c’erano chili di pensieri, tonnellate di messaggi, quintali di mancanza.
Ma faceva tutto parte del gioco.
Perché sì, pur non volendo definirci, pur non avendo regole, noi eravamo un gioco.
In un qualche modo lo avevamo capito entrambi.
Ridevamo tanto e non ci chiedevamo niente in cambio.
Poi è finito tutto.
Una sera stavamo tornando a casa dopo aver bevuto una birra nel solito pub del centro. Faceva un gran freddo, si sentivano dei violenti tuoni in lontananza.
Si sentivano e a breve sarebbero arrivati, come la pioggia, su di me, su di noi.
Non me lo sarei mai aspettato che sarebbe finito tutto proprio quella sera che sembrava tutto normale, tutto come al solito, tutto così indefinito e assurdamente affascinante.
La stavo riaccompagnando, quando improvvisamente ha abbassato la musica e si è voltata verso di me con uno scatto che non le apparteneva.
“Non riesco.”
“Cosa?”
“Non riesco.”
“Cosa vuol dire?”
“Fermati qua.”
“Eh?”
Avevamo discusso altre volte, anche se in realtà più che discussioni erano scambi di provocazioni innescate dal vino. Ci vedevamo poco da soli ma ci succedeva frequentemente di trovarci ubriachi a delle feste, circondati da amici e sconosciuti.
In quei casi ci piaceva infastidirci a vicenda, lanciarci occhiate, dirci parole confuse in mezzo al casino.
A volte finivamo lontano da tutti a darci spiegazioni per cose mai successe e che comunque sarebbero potute tranquillamente succedere.
Era stupendo trovarsi ubriaco con lei in un angolo buio, con la musica della festa sfumata in sottofondo, a giurarsi di non fare cazzate, aggiungendo ogni volta un “Volendo posso” dopo una piccola pausa in cui ci guardavamo fissi negli occhi.
Quella sera però mi aveva chiesto di fermarmi. E Suonava strano.
Suonava strano perché noi insieme eravamo sempre andati.
A me era bastata quella frase, quel “fermati qua.” detto con voce gelida, quel modo inedito di voltarsi verso di me, per capire che non era più tutto così normale.
Ho accostato in un parcheggio vuoto, ho spento nervosamente la musica senza neanche guardare cosa stessi premendo con le dita e ho tirato con forza il freno a mano.
Silenzio totale.
“Cos’hai?” le ho detto cercando di incrociare il suo sguardo, che era fisso sul cruscotto.
Non ci riesco più.” mi ha risposto a voce bassa, con le labbra che tremavano.
“Mi devi spiegare perché io non sto capendo.”
“Credevo di poter reggere in questa situazione d’incertezza dove ci vediamo ogni tanto, ci scriviamo, ci cerchiamo, ci aspettiamo, ci controlliamo, ma io non ci riesco più. Ci sto pensando troppo, sto impazzendo, sta diventando un ossessione capire chi siamo, capire chi sono per te, capire chi sei tu per me, capire cosa stiamo facendo, cosa faremo, cosa stiamo cercando. Io non ci riesco più a farmi bastare noi due senza sapere. Quindi dimmelo ora, mi serve, dimmelo almeno tu, cosa cazzo stiamo facendo me lo vuoi dire? Dimmi cosa siamo noi, ti prego.”
Poi è scoppiata a piangere.
Io non ho saputo risponderle nulla.
Sono rimasto lì, zitto, immobile, con le mani appoggiate sul volante, a fissare l’albero di fronte alla macchina. Neanche la guardavo, neanche la toccavo, neanche mi muovevo. Non mi aspettavo una resa dei conti, non mi aspettavo che lei volesse mettere davvero in ordine tutto quanto.
Non mi aspettavo che lei avesse veramente bisogno di metterci da qualche parte.
Io me l’ero chiesto centinaia di volte cosa fossimo, lei anche, lo sapevo, lo sapevamo.
Ma non l’avevo mai vista così. Venti minuti prima stavamo bevendo una birra seduti ad un tavolo come facevamo sempre e poco dopo ce l’avevo lì di fianco a me, coperta di lacrime, angosciata, rovinata, persa.
Me la ricordo persa dentro quel pianto.
Non l’avevo mai vista piangere, non l’avevo mai vista stare male, non mi ero mai visto in quella situazione.
Non ho saputo rispondere nulla.
Mi sono sentito perso anche io.
Di colpo a lei serviva una certezza, quella che avevamo sempre schivato, sempre negato, sempre aggirato per non caderci dentro.
Me l’ha chiesta con forza, con rabbia, con l’impulso di chi tira fuori un macigno dal torace.
E io non ce l’avevo, non la volevo, non la cercavo.
Io non volevo darci un senso.
Fino a quel momento credevo fossimo in due.
Eravamo in due a stare bene, ma per la prima volta non eravamo in due a volerci stare nello stesso modo.
Dopo mi ha guardato per rifarmi la stessa domanda, con il respiro rotto a metà e il trucco sbavato sopra tutta la faccia.
“Cosa siamo noi?”
Non mi sono nemmeno voltato per guardarla negli occhi.
Ho continuato a fissare l’albero di fronte alla macchina e non ho saputo rispondere nulla, di nuovo, ancora una volta, silenzio. Mi ha stretto le guance con la mano destra, mi ha girato verso di lei, mi si è avvicinata ad un centimetro dalla faccia e mi ha fatto di nuovo la stessa domanda, stavolta tirandomela contro, stavolta piangendo ancora più forte.
Stavolta il mio silenzio non lo avrebbe accettato.
“Cosa siamo noi, rispondimi.”
Respiravo affannosamente. Non ho saputo rispondere nulla.
Ero travolto dalla sua irruenza, con cui non avevo mai avuto a che fare.
Per la prima volta tra di noi si era messo in mezzo qualcos’altro.
Per la prima volta essere soltanto noi non bastava più.
In lei era esploso un ordigno che sicuramente le si era piazzato dentro da tempo.
Quella sera la necessità di sapere era scoppiata come una granata sopra al cruscotto, facendoci saltare in aria.
Eravamo sparsi in pezzi.
Dopo il mio ennesimo silenzio, la mia ennesima incapacità di cominciare a ricomporci, mi ha lasciato andare la faccia, ha preso la borsa dal sedile posteriore strattonandola, ha aperto con un colpo secco la portiera ed è scesa dalla macchina.
È andata via sotto il temporale, lasciandomi bloccato nel mio nulla, completamente rotto, massacrato, sconfitto dalla stessa cosa che volevo a tutti i costi difendere.
La nostra incertezza era crollata.
L’ho guardata allontanarsi con gli occhi di chi sta guardando se stesso precipitare nel vuoto.
Non ho saputo rispondere nulla.

Annunci

26 commenti

  1. curioso come riesci a concretizzare i pensieri e le situazioni che sto vivendo anch’io, in questo medesimo periodo. pur non conoscendoci stiamo passando momenti apparentemente simili, curioso davvero.
    complimenti vivi per come riesci a buttare giù ciò che ti gira per la testa, hai un talento non indifferente Dario

    Piace a 1 persona

  2. È incredibile come qualsiasi cosa tu scriva, riesca a trasmettere un’emozione infinita. Non sono riuscita a staccarmi dallo schermo fino a quando non ho finito il racconto. Hai veramente un bellissimo talento. Aspetto ansiosa un prossimo post.

    Mi piace

  3. Wow, davvero impressionante. Hai un talento incredibile, mi hai tenuto incollato fino alla fine. Mi sono sentito così coinvolto che avevo voglia di saltare qualche parola per riuscire ad arrivare il più presto possibile al finale e al contempo sapevo di non potermene perdere nemmeno una. Sei grande e, nel caso tu abbia vissuto davvero tutto ciò, sono dispiaciuto per te.

    Mi piace

  4. se l’hai vissuto, sappi che sei forte. riesci a trovare le parole giuste per descrivere un’emozione o un momento difficile da far capire.difficile da ricordare. leggendolo io l’ho vissuto e tu hai vinto.

    Mi piace

  5. Incredibile come sia riuscito a trasportarci nel sedile posteriore della macchina e farci assistere mentalmente a tutto questo. Vedendoti su Space Valley non avrei mai immaginato un post così profondo… notevolmente sorpresa ma sopratutto felice di riuscire ad entrare poco a poco nella tua vita (perche certe cose per esprimerle cosi bene devi averle provate sulla pelle)….Aspetto il prossimo post con gioia 🙂

    Mi piace

  6. Ciao, Dario. Rileggere questo post è stato un pugno nello stomaco. Dico “rileggere” e non “leggere” perché tutto ciò che hai vissuto, che avete vissuto, l’ho vissuto anch’io, sulla mia pelle. Per quasi un anno, fino allo scorso agosto. Ero nella parte di lei, di quella che piange e cerca di trovare un senso a tutto. Che perdona nella speranza che quel senso si riesca a trovare, ma in due.
    Ho fatto la sua stessa cosa. Ho sofferto per mesi in silenzio, convincendomi che quel senso lo avremmo trovato. Poi, un pomeriggio di agosto, ho sbroccato. Di brutto. È finito tutto ed era finita anche una parte di me.
    Sono passati giorni e giorni, circa venti. Ma ogni giorno è stato un viaggio alla scoperta della mia vita, di quello che avevo annullato per inseguire quel senso. Ci sono state anche due avventure nel mezzo.
    Poi lui è tornato da me. Piangendo. Aveva trovato le sue risposte ed il suo senso, uguali ai miei. Ho lasciato passare giorni e giorni, più di una settimana. Ma alla fine ho deciso di restare. È stata una decisione sofferta, non lo nascondo, e a volte mi chiedo se ne è valsa la pena dopo tutto quello che ho passato in quel periodo, ma probabilmente è stata la scelta giusta.
    Ti ho raccontato tutto, ma mi sembra di non averti detto nulla, potrei scrivere fino a domattina di tutte le sensazioni, i sentimenti ed il dolore. Ti ho raccontato tutto perché voglio dirti di provare a farti avanti, a dirle ogni cosa, sempre se tu non l’abbia già fatto. Non è detto che ti perdoni, e io la capisco perfettamente, ci vuole uno stomaco di ferro. Ma almeno avrai provato.
    E in caso non ti perdoni, o non ti abbia perdonato, beh, auguri Dario. Ti auguro il meglio. Soffrire per amore, per quanto possa essere orrendo e crudele, ti aiuta. E quando starai meglio lo capirai e tutto sarà soltanto in salita.
    Detto questo, grazie di aver risvegliato in me i sentimenti di quel periodo. Grazie. Spero soltanto di non essere stata un peso da leggere.

    Mi piace

  7. Il bello dei tuoi racconti, vissuti o no che siano, è il modo in cui riescano a far provare emozioni e in cui molte persone si rispecchino in ciò che scrivi. Io, per esempio, ho vissuto un’esperienza molto simile, con una relazione incerta, e sei semplicemente riuscito a trascrivere ciò che io non sarei riuscita a raccontare. Descrivi nei dettagli ogni situazione e ogni rigo mi stupisce più del precedente. Complimenti. E grazie, perché condividi questo con noi. I tuoi racconti danno voce a chi non riesce ad usarla.

    Mi piace

  8. Riprenditela.

    Non ti conosco e scusa se mi permetto, ma ormai seguo questo blog da un po’ di tempo e mi sembra di capire che, in qualche modo, quasi tutto ciò che scrivi riconduce a lei.

    Se non sei pronto a lasciarla andare, se lei è ancora rannicchiata in un angolo buio della tua testa, agisci.

    Fallo per lei, fallo per te stesso.

    Vi meritate una conclusione, anche se ciò che in realtà ti auguro è un nuovo inizio.

    Ho vissuto la stessa esperienza, ma al posto della macchina sotto il temporale, mi sono ritrovata sotto un meraviglioso cielo pieno di stelle, seduta sul bordo di un marciapiede.

    Quindi, comprendo lei, ma con il senno del poi capisco penso di poter affermare di capire anche te, Dario.

    È inutile farsi del male stando perennemente in bilico sul vuoto, in procinto di cadere; può dare forti emozioni, ma allo stesso tempo causare insicurezze.

    Altrettanto inutile, però, lo è farsene stando lontani, con i piedi ben ancorati al suolo quando in realtà si vorrebbe soltanto togliersi dal petto quel peso che ti schiaccia a terra.

    Ti auguro di liberarti dal tormento, sei una bella persona.

    Se poi non dovessi riuscire, almeno ti sarai liberato da ogni rimpianto e potrai finalmente andare avanti.

    Trova la tua conclusione.

    Mi piace

  9. La cosa assurda di tutto questo e’ che e’ stato il primo articolo che ho trovato esplorando blog, e racconta esattamente il momento che sto vivendo. Non so come sentirmi.

    Mi piace

  10. A me è successo qualche mese fa, solo che io ero lei… e stavo male, malissimo. Ho cercato la risposta e lui mi ha detto che stavamo bene cosi, non ci mancava niente… e invece io volevo lui. Completamente. Totalmente. L ho perso. Per sempre. E ancora adesso dopo mesi fa un male cane. Ho voluto troppo e ho perso tutto.

    Mi piace

    1. È che succede davvero. Non lo so perché, ma un’etichetta mi spaventa. Non vorrei catalogarmi, e catalogare lui nella mia vita. Questo mi dicevo per i primi mesi, 12 mesi. Poi però invece qualcosa è cambiato, mi sentivo stretta, stretta sento qualcosa che non c’era, qualcosa che prima non avrei voluto. Non eravamo niente, io per lui non ero niente e inizialmente mi andava bene. Le mezze promesse, i messaggi un po’ più dolci del solito, il cercarsi con ogni sguardo ma riempirsi di silenzi. È successo che io poi non ci sono più stata. Io volevo altro per me. Volevo qualcosa di bello. Non volevo essere una presa in giro, un ripiego su cui appoggiarsi, volevo che lui davvero volesse me, tutta, non solo una metà. Poi alla fine quel messaggio l’ho inviato, il tasto invia l’ho pigiato dopo ore di ripensamenti, quando ormai lo stomaco si era chiuso per qualche ingiusto senso di colpa, o forse solo perché in realtà avevo paura. “Non cercarmi più se non sai quello che vuoi, ciao.”

      Piace a 1 persona

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...