NON C’È NESSUNO

E adesso cosa faccio? Non posso fare finta di niente. Non posso continuare a raccontare in giro che me ne sono dimenticato. Dovevo convincermi, doveva servirmi, dovevo cambiare definitivamente rotta. E invece no. Sono al punto di partenza. Che poi è il punto della fine, perché sono rimasto a quella sera in cui tutto è finito. Sono rimasto al freddo che faceva, al vento che tirava. Ho ancora addosso l’illusione, ho ancora addosso il desiderio, ho ancora addosso la voglia di far finta che si possa incominciare un’altra volta, nello stesso identico modo di prima. Quella voce, poi. Devo togliermela dalla testa. È come una di quelle canzoni che ti si piantano nel cranio. Però questa suona così bene. E adesso cosa faccio? Che sto continuando a girare intorno al solito posto, anziché cercare di scoprirne uno nuovo. Ci provo ma non ci riesco. Sono intrappolato. Cercare altro è soltanto fingere di volerlo fare. Perché in ogni caso, quello che voglio è tornare indietro. Scendo dall’autobus. Mi sistemo il cappuccio, controllo le tasche, attraverso la strada. Si gela, ma c’è il sole. Ascolto il solito pezzo mentre schivo le persone camminando con lo sguardo verso il cemento del marciapiede. Blocco la musica. Quanto sarebbe comodo se si potesse fare la stessa cosa con i pensieri. Quanto sarebbe facile se ci fosse un quadrato da premere per interrompere il flusso di immagini che ti si formano automaticamente in testa e un triangolo orizzontale per farlo ripartire, quando ti va, quando te la senti, quando le vuoi. Mi servirebbe, perché non riesco a distrarmi, nemmeno ora che sono passate più di due settimane. Non ci riesco. Continuo a sentire quella voce, continuo a vedere il cellulare illuminarsi con quel nome. La mia testa vuole fottermi. Ci riesce. Sempre, costantemente, inevitabilmente. Ma quale cuore, me lo sarei già strappato c’entrasse qualcosa. Le cose nascono, si sviluppano e ti si radicano nella fottuta testa. Ho quello che eravamo in testa. Nessun cuore. Sono accerchiato dai ricordi che si mescolano alla realtà, la distorcono, la confondono. Forse sto impazzendo. Sento quella voce tra la gente che parla, sento il cellulare suonare nel silenzio, leggo quel nome quando non c’è scritto. E adesso cosa faccio? Sto sicuramente impazzendo. Premo play, faccio ripartire lo stesso pezzo che avevo bloccato prima. Cammino freneticamente, vado a prendere un caffè o qualcosa nel bar qua vicino. Che cazzo avranno da guardare tutte ste persone. Mi siedo ad un tavolo libero, il primo che trovo, ordino un caffè, pago. Magari è la volta buona, magari oggi è il giorno giusto, magari è il momento di tornare a vivere nel mio presente senza sovrapporlo al passato. Ne ho bisogno, come di ‘sto caffè. Lo bevo amaro, lo mando giù alla goccia. Fanculo tutto, sto diventando ridicolo, sto impazzendo, come ci sono arrivato a questo punto? Devo scordarmi tutto quanto senza trattenere nulla. È questo il momento. Mi alzo, sbatto contro la sedia del tavolo di fianco, controllo le tasche, prendo il cellulare in mano, le chiavi, mi rimetto le cuffie con il solito pezzo, inizio a camminare, inizio a cambiare, inizio a pensare che oggi c’è il sole ed è il momento giusto, la mattina giusta, la canzone giusta. Qualcuno mi afferra il braccio. Mi volto di scatto. Non c’è nessuno.

6 commenti

  1. Applauso. Hai rappresentato quello che ho sentito in un muro di testo bellissimo, complimenti.
    “Qualcuno mi afferra il braccio. Mi volto di scatto. Non c’è nessuno.”
    Ci credi? Questa scena l’ho vissuta anche io. A volte la testa cerca di rappresentare ciò che immaginiamo convincendo che esista davvero. Iniziano a toccarti le allucinazioni, per un millesimo di secondo, ma lo fanno. E fanno male. E razionalmente vuoi lasciarla andare, la causa di esse, ma il tuo cervello non lo accetta. Ha paura, non vuole che finisca, e riprende costantemente quella persona per mettertela davanti anche quando non c’è, perché tu sai che non c’è e non ci sarà più.
    E il tempo passa. E piano piano ti convinci che doveva andare così.

    Prima o poi ci passerà.

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