QUELLA VOCE

Ho appoggiato la birra sul tavolo. Mi sono passato le mani tra i capelli, ho controllato l’orologio, ho guardato per l’ennesima volta verso la televisione appesa vicino al soffitto. Ho sospirato come quando aspetti qualcosa sapendo che non arriverà. È il bisogno che succeda ad avermi trascinato ancora qui. Il caos, il male, l’ingombrante vuoto che mi strappa la pelle dal corpo. Mi logora. Nel tavolo di fianco al mio c’è una coppia che si parla troppo poco. Fingono di andarsi bene. Lei pensa ad altro mentre lui prova a fare le domande giuste. Io sono da solo, seduto al solito tavolo marrone, con i dubbi che mi fissano da dietro l’angolo del corridoio vicino all’uscita e l’angoscia piantata prepotentemente in gola. Non scende. Provo con la birra gelida. Non serve. Ad ogni sorso, mi gelo io. Sono sotto tiro. La tensione mi blocca lo stomaco, batto il tempo che passa con la gamba destra, abbasso lo sguardo sul tavolo marrone, mi metto una mano sul collo, controllo l’orologio. Cado a picco mentre tento di aggrapparmi ad un ricordo. L’ultimo rimasto. Mi resta solo quello. Mi sbrana vivo. Dopo quella sera, dopo le ore passate a cercare una spiegazione, come se mi importasse davvero trovarla, dopo i giorni passati ad attendere zitto, distrutto, scoperto, trafitto. Mi resta solo quello. Un ricordo e il bisogno di aspettare, l’illusione, che mi ha trascinato ancora una volta qui. ‘Sto maledetto locale pieno di gente mi fa un male cane. Mi frantuma. Mi fa essere più solo. La musica mi stordisce, le voci che si sovrappongono mi rimbombano nella testa, la tv mi spia. Il rumore diffuso mi fa tremare. Mi volto, abbasso lo sguardo sul tavolo marrone, mi volto dall’altra parte, mi passo le mani tra i capelli, controllo l’orologio, bevo la birra gelida. Gelo. Non dovrei essere qui. Non dovrei essere qui, di nuovo, ancora, un’altra volta. Dovrei smettere di aspettare, di pensare, di tornare dove stavo sperando di trovare quello che c’era. C’era, ora, non c’è. Tornarci non la farà tornare. Dovrei smettere di aspettare qualcosa sapendo che non arriverà. Non ho mai smesso di farlo fino in fondo, dopo quella sera. Dovrei andarmene subito. Mi alzo dal tavolo, tutti mi stanno guardando. No. Come al solito è un’impressione, una mia distorsione della realtà, lo so, ma non basta a non farmi sentire gli occhi di ‘sti stronzi puntarmi, mirarmi, sparare. Loro sparano. Io spero. E vorrei sparire. Forse fa strano vedermi seduto da solo in un locale pieno di gente. Forse fa strano che mi sia alzato così, di scatto, d’impulso. Forse lo trovano sbagliato. Forse ‘sti stronzi hanno ragione. Non dovrei essere qui. Cammino velocemente verso l’uscita schivando le sedie, i camerieri, ‘sti stronzi in piedi, gli spigoli dei tavoli, quel qualcosa dentro che mi dice di tornare al mio posto, di rimanere ancora lì ad aspettare. Illuditi, resisti, resta, rimani. Devo smetterla di credermi. Non dovrei essere qui. Spingo contro la porta per uscire. È pesante, pesante come quel ricordo. Mi resta solo quello. Me lo porto dietro, per forza, mi segue, mi tenta, mi stringe, mi chiude, mi affronta. È dove sono io. Sono fuori, in tutti i sensi. Qualcuno di ‘sti stronzi che fumano mi guarda, ancora, di nuovo, come prima, come sempre, lo so, fanculo. Li schivo, nascondo le mani in tasca, tiro su il colletto della giacca e ci premo contro la bocca, avvicino le spalle al collo, guardo l’asfalto, cammino, aumento il passo, mi allontano, scappo. Andarsene da quel locale è lanciarsi ancora un volta nel vuoto. Sprofondo nel nulla, sopra al marciapiede, lungo la stessa strada. Cammino forte, pesto il cemento, stop. Mi blocco. Mi gelo. Mi infrango. Mi volto verso la porta del locale. Rinasco. Quella voce.

9 commenti

  1. Ciao Dario, ti rinnovo gli auguri per la laurea. Non voglio ripetermi nel dire come rendi realistico ogni scena che descrivi. Sembra di star seduto al tavolo accanto e guardarti. Mentre leggevo la scena nella quale ti alzi per andare via mi è saltato alla mente:” e se ora entra lei è si siede a quello stesso tavolo? E con lo sguardo cerca te?” Mah si spera sempre nell’Happy end.

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  2. È sempre illuminante leggere quello che scrivi. Le riflessioni, le descrizioni, sempre così vivide, così reali e tangibili… Io non so come tu faccia ma ogni volta che leggo qualcosa scritto da te mi sento come catapultata in un mondo diverso, eppure così simile, al mio ed é come vivere quello che scrivi

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  3. È incredibile come tu abbia descritto così profondamente questa scena. Sembra di averti guardato in quel locale, seduto a quel tavolo. E di averti guardato dentro.
    Mi piace come scrivi e come riesci a trasmettere le tue emozioni.

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  4. Scrivi veramente bene e mi sono immaginata completamente tutta la scena anche io ma mi hai trasmesso angoscia e tristezza e davvero mi sento cretina perché penso “cazzo soffre davvero tanto vorrei fare qualcosa” e questo mi dispiace. Ma niente. Mi limito al “scrivi veramente bene!”.

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  5. Inutile dirti che amo il modo in cui scrivi. Tutto cosí reale, cosí vivido in ogni parola. Non so perché ma riesco a vedere tutto nella mia mente, ogni singolo dettaglio perfino la sofferenza, l’ansia e la paura.
    Scrivi di più che non sono mai troppo lunghi i tuoi racconti.

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