VENTO GELIDO

Quella notte l’aria era più fredda del solito, quasi perforante. Ad ogni passo che facevo il vento gelido mi si spaccava prepotentemente sulla faccia. Non c’era modo di evitarlo. Le strade erano completamente deserte, non passavano macchine. Camminavo da solo verso casa guardandomi le scarpe, senza mai alzare lo sguardo, con il cappuccio tirato fino agli occhi, i pugni stretti nelle tasche della giacca e il rumore delle tue parole che mi scoppiavano brutalmente nel cranio. Non c’era modo di liberarsene. Il vento soffiava violento, si schiantava contro le pareti ruvide dei palazzi, strattonava i rami degli alberi provocando un fruscio angosciante, urlava infiltrandosi nei vicoli. Sembrava lì apposta per colpirmi, per farmi del male, esattamente come avevi fatto tu poche ore prima. Forse se quella notte non ci fosse stato il vento non avresti saputo essere così tremendamente sincera. Forse hai trovato in lui il complice perfetto, il pretesto che ogni discorso complicato desidera, per trafiggermi definitivamente, per farmi fuori una volta per tutte. E quando me ne andai via da quel locale sbattendo la porta, andandomene da te, pensavo sarebbe stato più facile tornare a casa. Ma tutte le cose che mi avevi ripetuto mi seguirono sul marciapiede, spinte da quel maledetto vento ghiacciato. Era tutto inutile, non potevo farci nulla. Aumentavo freneticamente il passo, ma le tue parole mi rincorrevano più forte, cercavo di schivarle, scrollavo la testa, tiravo su il colletto della giacca con la bocca e ce la premevo contro. Cercavo di scappare da qualcosa che non esiste, da qualcosa che se ti vuole, ti prende e basta. Cercavo di scappare dal pensiero di te che mi scaraventi addosso quell’aspro discorso d’addio, i tuoi devastanti titoli di coda, con le persone intorno che si voltano a guardarci imbarazzate appoggiando i bicchieri. Quella notte il vento tirava forte e mi congelava fuori, perché dentro mi avevi già ammazzato tu. È stato il ritorno a casa più difficile di tutti, la fuga più crudele e logorante che potessi immaginare. Perché volevo schivare la sofferenza. Volevo schivare il vento. E tu, se quella notte lui non ci fosse stato, cosa avresti fatto?

 

10 commenti

  1. È toccante. Mi piace un sacco il modo in cui scrivi… Mi sono commossa (probabilmente per tutto quello a cui si pensa leggendo una cosa del genere) ed è una cosa che non mi capita quasi mai. Sai usare proprio bene le parole, complimenti.
    (mi riferisco anche al resto che hai pubblicato).

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  2. Ciao Dario leggendo il testo ti vedevo camminare per le strade di Bologna incapPuccio e il tuo muso da duro; forse perché seguo Nelson e i suoi vlog che mostrano la città e la crew di Space Valley. Spero che questo sia l input per un bel libro mi piacerebbe leggere come è iniziata e come finirà. grazie per le emozioni di questo breve racconto.

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  3. Bellissimo testo, ti faccio i miei complimenti. Non è semplice trovare oggi giorno ragazzi giovani che riescano a scrivere così bene; dal mio punto di vista è un dono raro ed è bello che tu lo voglia condividere con le persone. Non so se la storia raccontata sia personale o nata scrivendo, ma personalmente, leggendola, mi sono immedesimata nel narratore percependo il suo dolore. Complimenti ancora, fanne tesoro 😉

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  4. Hai un talento incredibile. Non leggo quasi mai libri, ma se un giorno tu dovessi pubblicarne uno (spero tu lo faccia) correrei a comprarlo.
    Ti auguro tanta fortuna.

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  5. Ho letto questo racconto con lo stesso trasporto del vento che hai descritto. Sei riuscito in pochi caratteri a trasmettere la forza devastante che le parole d’addio possono avere, senza scadere nel banale, senza nasconderti dietro a paroloni superflui. Complimenti.

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